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Così il Pentagono vuole portare l’IA a bordo della US Navy

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Trasformare i dati in un vantaggio operativo è l’obiettivo della nuova strategia con cui il Dipartimento della Marina degli Stati Uniti punta a costruire una forza AI-enabled. Il documento individua sei priorità per accelerare l’impiego dell’Intelligenza artificiale, coinvolgendo industria e alleati, mentre sullo sfondo pesa la competizione con la Cina e la necessità di ridurre i tempi decisionali

Il Dipartimento della Marina degli Stati Uniti ha recentemente varato un nuovo documento strategico per schierare l’Ia a bordo della propria flotta. La Strategy to Weaponize Data and Artificial Intelligence, firmata dal segretario della Marina Hung Cao, stabilisce la tabella di marcia per costruire una forza “data-ready” e “AI-enabled”, capace di accelerare i processi decisionali e mantenere la superiorità navale statunitense. 

Il contesto

Il documento arriva in un momento particolarmente intenso per l’US Navy. Parlando della nuova strategia, Cao ha ricordato che le forze navali americane hanno ingaggiato centinaia di droni, missili da crociera e missili balistici lanciati dall’Iran e dai suoi proxy. Un’esperienza operativa che lo stesso segretario ha definito “tra i periodi di apprendimento e adattamento in combattimento più intensi degli ultimi anni”. È proprio da questa pressione operativa che sarebbe venuta l’urgenza di accelerare il ciclo di integrazione dell’IA nelle forze navali Usa. 

Già nell’agosto 2025, il Chief Data and AI Officer della US Navy, Stuart Wagner, aveva anticipato che la Marina è “letteralmente sommersa da dati che non riesce a sfruttare in tempo utile per la guerra del ventunesimo secolo”. Il problema, spiegava Wagner, non è la scarsità di sensori a bordo di navi, aerei e droni, ma l’incapacità di far arrivare quei dati agli analisti abbastanza rapidamente. In alcuni casi, addirittura, si sarebbe rivelato più veloce trasportare fisicamente un hard disk da una nave a terra che trasmettere l’informazione via rete. La nuova strategia arriva anche per colmare questo collo di bottiglia, puntando su un framework di adattamento digitale ribattezzato Bits2Effects Cycle, un ciclo articolato in cinque fasi pensato per trasformare rapidamente l’informazione grezza in effetti operativi misurabili.

I sei obiettivi del progetto

Il documento individua sei obiettivi strategici, affidati alla supervisione dell’Ufficio del Chief Information Officer della Marina, guidato appunto dal Chief Data and AI Officer, che dovrà coordinarsi con i vertici della Marina e del Corpo dei Marine per evitare duplicazioni e garantire un’implementazione unitaria. Tra le priorità individuate dalla strategia figurano il passaggio rapido dei sistemi di intelligenza artificiale dalla fase sperimentale a quella operativa, l’acquisizione di competenze da parte del personale imbarcato e non, e il rafforzamento della collaborazione con l’industria, il mondo accademico e gli alleati. A questi si affiancheranno il potenziamento dell’infrastruttura informatica, la semplificazione delle procedure di classificazione della sicurezza e l’accelerazione dei processi di accreditamento dei software.

Barry Tanner, che ricopre attualmente le funzioni di Chief Information Officer della US Navy, ha sottolineato come ogni giorno emergano nuovi modi per sfruttare i dati e l’IA nella risoluzione dei problemi operativi, e come la strategia serva proprio ad allineare questi sforzi sotto una visione comune. Cao, dal canto suo, ha rivendicato l’ambizione del documento parlando di una tabella di marcia per costruire una flotta “AI-first”, capace di trasformare l’informazione in vantaggio bellico e in decisioni più rapide ed efficaci.

Il nodo Cina e la logica della velocità

Wagner, presentando in anteprima i contenuti del documento, aveva collegato esplicitamente l’urgenza del progetto alla scadenza del 2027, l’anno entro cui Pechino avrebbe indicato all’Esercito popolare di liberazione di essere pronto per un’eventuale operazione militare contro Taiwan. Non potendo ricostruire da zero l’intera flotta americana in dodici mesi, il ragionamento della US Navy è che l’unico margine di manovra realistico stia nel raffinare le capacità già esistenti, estraendo valore dai dati che le piattaforme producono e restituendolo rapidamente al ciclo operativo. In altre parole, un “Ooda loop digitale”, ovvero una versione aggiornata e digitalizzata del classico ciclo “observe-orient-decide-act”. Il documento della Marina si inserisce a sua volta nella più ampia accelerazione sull’adozione dell’IA voluta dal Pentagono. Il Dipartimento della Difesa ha infatti pubblicato a gennaio la propria strategia sull’intelligenza artificiale, che spinge le componenti militari americane a trattare la velocità di apprendimento come una variabile decisiva dell’era dell’IA. 

Le implicazioni per l’industria 

La strategia non riguarda solo la componente militare in senso stretto, ma investe anche il rapporto con l’industria della difesa. Il richiamo esplicito alla collaborazione con partner industriali, accademia e alleati apre spazi di opportunità per le aziende del settore, chiamate a supportare la Marina nella transizione verso una cantieristica “AI-native” e verso pratiche di ingegneria digitale che il programma noto come Golden Fleet sta già sperimentando. Restano, naturalmente, i nodi critici che accompagnano ogni processo di accelerazione tecnologica in ambito militare, dalla tenuta dei sistemi di classificazione all’affidabilità dei modelli in scenari ad alta intensità. Nei prossimi mesi, la US Navy dovrebbe tradurre i sei obiettivi in una roadmap implementativa, con responsabilità distribuite tra i diversi centri esecutivi del Dipartimento. Il banco di prova più immediato arriverà probabilmente dal confronto con l’industria, previsto in occasione dei prossimi appuntamenti settoriali di fine estate, dove i vertici della Marina illustreranno le priorità di investimento legate all’IA. 


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