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Nella giornata di venerdì 27 marzo il governo italiano ha negato agli Stati Uniti l’autorizzazione a utilizzare la base di Sigonella per la sosta di un bombardiere diretto verso il Medio Oriente. Secondo quanto emerso, la richiesta sarebbe stata presentata quando la missione era già in corso e avrebbe riguardato un velivolo non inserito nelle ordinarie attività logistiche previste dagli accordi tra Roma e Washington. Dopo le verifiche, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha disposto il diniego. Palazzo Chigi ha quindi precisato che le richieste relative all’uso delle basi presenti sul territorio nazionale vengono esaminate caso per caso, nel rispetto delle procedure stabilite e degli impegni internazionali in vigore. Airpress ha intervistato Pasquale Preziosa, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, per capire cosa sia successo e le implicazioni che porta con sé quest’evento. 

Generale, che cosa è accaduto e come va letta la decisione italiana su Sigonella?

Il ministro Crosetto ha negato l’uso della base di Sigonella perché gli asset richiesti erano diretti verso aree operative legate alla conflittualità in corso, quindi non rientravano nel perimetro normalmente automatico degli accordi bilaterali. Non erano asset logistici, e questo fa la differenza. Sigonella è una base Nato per esigenze Nato, mentre le esigenze nazionali sono esigenze logistiche, non legate a teatri di guerra. Per questo non è stato un no agli Stati Uniti, ma a un uso non autorizzato in un contesto di guerra. Su richieste di questo tipo, proprio perché si entra in un ambito nuovo, è giusto che ci sia un passaggio parlamentare.

La posizione assunta dall’Italia le sembra anomala oppure legittima?

La considero una posizione legittima. La Costituzione italiana, in termini generali e geopolitici, è stata scritta nel pieno rispetto del diritto internazionale e del diritto umanitario. Quindi qualsiasi cosa sia al di fuori di quel perimetro non consente deroghe. In questo senso è un atto di riaffermazione della sovranità. L’Italia sta evitando il coinvolgimento diretto nel conflitto con l’Iran pur restando alleata degli Stati Uniti. Il punto è proprio questo: l’alleanza è una cosa, l’automatismo operativo è un’altra.

Questa scelta può creare frizioni nei rapporti tra Roma e Washington?

Può aprire un confronto, ma entro limiti fisiologici nei rapporti tra alleati, perché ogni richiesta deve comunque trovare una risposta coerente con le leggi. Non possiamo fare cose diverse. Anzi, la risposta data rafforza la legittimità democratica e soprattutto il controllo politico della guerra. Forse si indebolisce la rapidità operativa e, per certi versi, un vecchio concetto di prevedibilità per gli alleati, ma questo è un trade-off strutturale. La sovranità non è ceduta, stiamo entrando in una fase in cui non si parla più soltanto di sovranità condivisa, ma di sovranità connessa, cioè la tua sovranità connessa alla mia.

Alla luce di quanto accaduto, l’Italia appare vicina alla posizione della Spagna oppure si tratta solo di una coincidenza?

Direi un po’ e un po’. Ogni Stato, prima di tutto, deve rispondere ai propri interessi nazionali, quindi la Spagna ha risposto in modo netto agli Stati Uniti in base alla propria situazione e l’Italia sta facendo lo stesso in base alla propria. Però c’è anche una convergenza più ampia, perché anche l’Unione Europea ha detto in maniera netta che questa guerra è contro il diritto internazionale. L’Italia sta seguendo il suo percorso in accordo con le regole dell’alleanza Nato – e questa non è una guerra Nato, quindi non scattano quegli automatismi – e in accordo anche con gli accordi bilaterali, perché questa conflittualità è fuori anche da quel quadro. Quindi l’Italia non si sta allineando automaticamente alla Spagna, ma sta rispondendo a una richiesta dicendo che questo tipo di richiesta non può essere accettata. Siamo alleati, ma su questo va rispettato il nostro quadro di regole.

Vede un parallelismo tra il precedente di Sigonella del 1985 e quanto accaduto pochi giorni fa?

Il richiamo c’è, anche se il contesto è diverso. Nel 1985 c’era il controllo fisico della base; oggi, nel 2026, c’è il controllo giuridico e politico dell’uso operativo. Il principio però è lo stesso. Il caso di Sigonella di oggi non va considerato un incidente, ma il sintomo di un passaggio più ampio. Siamo passati da un modello di sicurezza delegata a un modello di sovranità connessa. Non siamo più nella Sigonella del passato, siamo in un mondo nuovo, e la nostra sovranità deve essere connessa alla sovranità degli altri. Ma resta una scelta che il Parlamento può fare, se desidera farla, sempre in accordo con la Costituzione. In questo senso il ministro della Difesa ha difeso il Paese, la Costituzione e la sovranità senza mettere in crisi l’alleanza, chiarendo semplicemente che questo caso non rientra nelle regole e quindi non può essere autorizzato.

L’alleanza è una cosa, l’automatismo operativo un’altra. Preziosa spiega il no a Sigonella

L’Italia sta evitando il coinvolgimento diretto nel conflitto con l’Iran pur restando alleata degli Stati Uniti. Sigonella è una base Nato per esigenze Nato, mentre le esigenze nazionali sono esigenze logistiche, non legate a teatri di guerra. Per questo non è stato un no agli Stati Uniti, ma a un uso non autorizzato in un contesto di guerra. Su richieste di questo tipo, proprio perché si entra in un ambito nuovo, è giusto che ci sia un passaggio parlamentare. Intervista di Aipress a Pasquale Preziosa, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare

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