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Il generale americano Philip Breedlove – generale a quattro stelle dell’US Air Force e capo del Comando europeo e NATO’s Supreme Allied Commander Europe – è stato chiaro: le forze russe potrebbero prendere vaste aree dell’Ucraina nei prossimi 3-5 giorni.

La dichiarazione si sposa bene con le foto che giravano da ieri su Twitter (da account credibili) e che riprendevano almeno un paio di Mi-28 Havoc russi – elicotteri da combattimento di ultima generazione – sorvolare i cieli di Rostov sul Don, città al confine con l’Ucraina, bagnata da quella specie di laguna che il Mar Nero crea nella sua porzione nordorientale, aperta solo dallo stretto di Kerch.

Le parole di Breedlove, che nei giorni scorsi era stato protagonista di un viaggio lampo a Washington dove aveva riferito alle Commissioni congressuali il procedere della situazione (per poi tornare subiti in Europa), sconfessano per certi aspetti la notizia del ritiro graduale delle forze di Mosca dalle aree di confine – risposta alle richieste inoltrate dagli Stati Uniti, di cui si era parlato nella telefonata di venerdì passato tra Obama e Putin e al tavolo di incontro tra i ministri degli Esteri Lavrov e Kerry di due giorni dopo -, e su cui il segretario generale della Nato Rasmussen, aveva in parte già pronunciato una smentita. Secondo il generale, la forza russa ammassata al confine consta ancora di 40 mila effettivi, in elevato stato di prontezza, muniti di supporto aereo (gli elicotteri che sono stati visti, rientrerebbero in questa fattispecie), attrezzature da guerra elettronica, ospedali da campo: «We have zero indication that it is moving to the rear or returning to barracks», insomma il ritiro non c’è.

Nel frattempo sono arrivati i dettagli sulla sospensione della cooperazione pratica, civile e militare, con la Russia da parte dell’Alleanza: si tratterebbe dello stop, nell’immediato, delle attività congiunte sul piano alla lotta al traffico di droga in Afghanistan, l’accordo di transito e l’assistenza tecnica, la formazione e la fornitura di pezzi di ricambio per gli elicotteri afghani (progetto di cui il presidente Putin aveva richiesto la continuazione, non più di un mese fa), e poi l’esclusione di Mosca dall’iniziativa di collegamento delle postazioni radar per permettere una più ampia copertura in caso di dirottamenti (il volo MH370 insegna) – decisione su cui il Cremlino ha reagito con rabbia, indicando come gli unici favoriti gli eventuali terroristi e malviventi. Oggi, intanto, arriva anche l’annuncio della Nasa: l’Agenzia intende sospendere ogni genere di contatto con le rappresentanza aerospaziali russe.

Ma c’è di più: perché oltre alla sospensione dei rapporti, i membri della Nato hanno anche firmato una dichiarazione congiunta in cui si impegnano a rafforzare la cooperazione e a promuovere un programma di riforme di difesa dell’Ucraina. E proprio su questo il generale Breedlove starebbe lavorando, studiando una strategia per preparasi anche ad una risposta militare in caso di altre eventuali aggressioni – «Negli ultimi decenni sembrava impensabile che la geografia delle nazioni europee sarebbe potuta cambiare», ha detto Breedlove al Wall Street Journal «eppure questo è esattamente quello che abbiamo visto».  «La difesa parte dalla deterrenza», aveva ricordato giorni fa Rasmussen: e così nel piano della Nato ci sarebbe la necessità di ampliare la copertura aree nelle regioni del Balitco (quindici giorni fa erano arrivati altri 6 caccia F-15, da aggiungersi ai 4 già in pattugliamento, e un Boeing KC-135 Stratotanker per il rifornimento,) e continuare i voli di sorveglianza in Romania e Polonia (gli arei spia Awacs si stanno alzando dalla base operativa tedesca di Geilenkirchen già da un paio di settimane), spostare attrezzature e truppe nell’Europa orientale (300 US army sono arrivati in Polonia, insieme ad altri 12 F-16), inviare qualche nave da guerra statunitense nel Mar Nero (l’incrociatore missilistico “USS Truxtun” è già da tempo in zona, forse si attendono rinforzi dal gruppo da battaglia della portaerei della Sesta Flotta “Geroge HW Bush”).

Ieri, proprio da Rostov sul Don, è tornato a parlare l’ex presidente ucraino Yanucovich. In un’intervista all’Associated Press ha dichiarato – «a volte in lacrime», ha scritto AP – che la richiesta dell’invio di truppe russe in Crimea è stato un «errore» («Ho sbagliato, ho seguito le mie emozioni»), e ha promesso che cercherà di trattare con Putin la possibilità di un ritorno della penisola sotto l’Ucraina. Circostanza, quella del dialogo, che sembra difficile, visto lo scarso peso di cui ormai gode Yanu anche in Russia: Putin, dalla fuga di febbraio, lo avrebbe incontrato soltanto una volta personalmente e un’altra volta si sarebbero sentiti al telefono, in conversazioni che lo stesso ex leader ha definito «difficili».

Mentre non vi è alcuna aspettativa di un possibile rollback della Russia sull’annessione,  è invece probabile che le dichiarazioni di Yanukovich possano rappresentare un ampliamento delle opzioni di Putin nei colloqui sul risolvere la crisi ucraina, creando l’impressione che Mosca possa essere aperta a discutere lo status del Crimea in futuro. D’altronde le posizioni di Yanucovich emerse dall’intervista, hanno ricalcato perfettamente quelle del Cremlino:il referendum come autodifesa dalla minaccia nazionalista che arrivava da Kiev e la necessità attuale di creare una federazione. Yanukovich si è anche difeso dalle accuse si corruzione e di sottrazione di patrimoni, così come ha dichiarato di non aver ordinato l’azione dei cecchini.

Oggi però, al di là di quello che racconta Yanucovich, 12 membri delle teste di cuoio ucraine, i Berkut, sono stati arrestati a Kiev: l’accusa, ha fatto sapere il portavoce del procuratore generale Oleh Makhnitsky, è di aver sparato ai manifestanti in Institutska Street – strada che conduce fuori da Piazza Indipendenza, teatro del massacro e ribattezzata Avenue of Heaven’s Hundred in onore dei caduti.

 

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