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Sì, è vero: è stato uno strappo. Le dimissioni di Thierry Breton da commissario europeo, con tanto di polemiche contro la presidente della Commissione Ursula von der Leyen non sono state propriamente un passaggio indolore. Ma siamo certi che, dietro questa mossa apparentemente avventata – la Francia incassa comunque un dividendo importante, con il macronianissimo Stéphane Séjourné a cui è stata attribuita la vicepresidenza esecutiva e le deleghe alla prosperità e strategia industriale – non ci sia una volontà ben precisa? “Potrebbe trattarsi di una mossa, quasi come fosse una partita a scacchi, per aprire una prospettiva politica interna per Breton e per assicurare un uomo fedelissimo del presidente nella governance di Bruxelles”. Lo dice a Formiche.net Jean-Pierre Darnis, professore di Storia contemporanea alla Luiss di Roma e di Storia delle relazioni italo-francesi all’Università di Nizza.

Breton lascia Bruxelles per una posizione di spicco nel nuovo esecutivo francese?

Mi sembra un’ipotesi piuttosto fondata. È evidente che tra Breton e la presidente von der Leyen non corresse buon sangue. Ma l’ex commissario ha anche capito che per lui si potevano aprire altre prospettive nella politica interna francese.

A cosa può ambire?

Pur avendo ottimi appoggi politici, anche in ottica di discontinuità, Breton potrebbe tranquillamente essere uno dei “papabili” per il ministero della Difesa, dell’Economia o dell’Industria. È riconosciuto da tutti come un buon tecnico, quindi potrebbe essere spendibile.

Il ministro degli Esteri, Séjourné che profilo ha?

È un fedelissimo di Macron, ha una grande esperienza europea per cui il ruolo che gli è stato attribuito potrà svolgerlo in maniera positiva.

Secondo lei la Francia ne esce indebolita?

È presto per dirlo. Ma per come la vedo io il peso della Francia non cambierà rispetto alla compagine della Commissione precedente. Séjourné è di Renew che certamente ha un ruolo fortemente ridimensionato rispetto a prima. Peraltro lo sbilanciamento verso destra degli equilibri europei non aiuta. Tuttavia la maggioranza resta quella di prima, per cui direi che gli assetti restano più o meno quelli.


Che ruolo potrà svolgere il premier Michel Barnier in questo contesto?

Ecco, lui potrebbe rafforzare la posizione del governo francese nel contesto europeo. È una figura di spicco del partito popolare, quindi capace di intavolare dialoghi anche a destra della maggioranza. Per quanto il volto della politica estera francese rimarrà sempre Macron, Barnier potrà essere un elemento molto importante, tanto più che conosce molto bene i meccanismi di Commissione e Parlamento Europeo.

Forse potrebbe contribuire a rafforzare le relazioni anche tra il nostro Paese e la Francia. 

Senz’altro. Lui è un savoiardo: tiene molto al rapporto con l’Italia e non ha alcun tipo di preclusione verso i leader europei anche di destra. La sua “influenza” potrà essere positiva nel legame Italia-Francia.

Il suo ultimo libro si intitola “Transalpini, le relazioni tra Italia e Francia e il rilancio del gioco europeo” (Luiss). Per cui la domanda è naturale: qual è lo stato dell’arte? 

I rapporti sono buoni, benché siano sostanzialmente in una fase di stallo. Senz’altro il Trattato del Quirinale ha fatto registrare importanti progressi sotto questo profilo. Ma il vero nodo da sciogliere è la difficoltà di comunicazione tra Macron e Meloni. Non amo cercare “colpevoli”, ma è un dato di fatto. Superato questo scoglio, penso che le potenzialità da sviluppare sarebbero enormi, tanto più che si tratta di implementare un “motore” che già viaggia molto bene.

Breton e la partita a scacchi dell'Eliseo raccontata da Darnis

Tra Breton e la presidente von der Leyen non correva buon sangue. Ma l’ex commissario ha anche capito che per lui si potevano aprire altre prospettive nella politica interna francese. Il peso della Francia negli equilibri europei non diminuirà e il premier Barnier può giocare un ruolo strategico anche nel dialogo con le forze di destra. E con l’Italia, con la quale la Francia ha buoni rapporti che tuttavia scontano una difficoltà di comunicazione tra Macron e Meloni. Intervista a Jean-Pierre Darnis, professore di Storia contemporanea alla Luiss di Roma e di Storia delle relazioni italo-francesi all’Università di Nizza

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