Skip to main content

Da quattro legislature il Parlamento tenta invano di modernizzare l’ordinamento portuale italiano per permettergli di reggere la concorrenza internazionale. Anche l’ultimo tentativo pare avvitarsi in un conflitto fra i sostenitori di una riforma radicale, i fautori di aggiustamenti marginali alla norma esistente, i fan di un intervento d’urgenza del governo. La legge 84 del 1994 realizzò una rivoluzione copernicana, mettendo i porti italiani in condizione di competere con quelli europei. Da porti interamente pubblici, e in cui carico e scarico della merce erano riservati a compagnie monopoliste di lavoratori portuali, a porti landlord in cui restano pubbliche la proprietà dei suoli e le funzioni generali, ma la gestione dei terminali è concessa per periodi pluridecennali a imprese private, con propria manodopera, salvo i soli picchi di traffico. La legge permise ai porti italiani di agganciare il boom dei traffici mediterranei seguito all’esplosione del far east e di recuperare rispetto ai concorrenti. Tutti insieme a loro volta – per la mutata geografia dei traffici mondiali e la maggiore efficienza – sottraevano quote di mercato ai leggendari porti del northern range – Amburgo, Brema, Rotterdam-Anversa, Le Havre. Ma nei trasporti vent’anni sono un’era geologica. Oggi i porti sono esposti a feroce concorrenza. Non fu sempre così. Quando i costi del trasporto erano proibitivi, la scelta del porto era obbligata: troppo costosa una deviazione significativa dalla rotta che assicurava la minima distanza. Ne scaturiva un quasi monopolio geografico di ciascun porto rispetto al suo hinterland. Ma oggi grandi innovazioni abbattono il costo del trasporto: la containerizzazione riduce i tempi e favorisce il ciclo intermodale, il gigantismo navale sfrutta le economie di scala e riorganizza i flussi in una logica hub-and-spoke. Si può sostituire un porto geograficamente ideale con uno più lontano, ma più efficiente. La concorrenza è agguerrita, e inevitabilmente internazionale. Oggi è normale che un carico dalla Cina arrivi a Milano passando per i porti del nord Europa anziché per Genova o Venezia. Persino sobbarcandosi alcune giornate di navigazione in più. Diventa decisivo tutto quello che riduce i costi e soprattutto i tempi. La gestione privata e imprenditoriale del terminal non basta. Servono operatività h24 dei servizi generali, ottimi collegamenti alle reti terrestri, specie ferroviarie, informatizzazione, terminali dedicati gestiti direttamente dalle compagnie o alleanze così da eliminare attese e code. La “riforma della riforma” dovrà essere così profonda che la scelta di procedere per “aggiustamenti” della legge attuale appare perdente, rispetto a riscriverla ex novo. Certo, vi sono importanti migliorie: ad esempio, nella pianificazione portuale (oggi i piani regolatori richiedono anche un decennio per l’approvazione, e a quel punto sono superati dal mercato) e nella nomina dei presidenti (un percorso a ostacoli – oggi un quarto delle autorità sono senza presidente – che porta spesso al vertice vecchi politici del tutto ignari di porti). Ma le questioni cruciali restano irrisolte. Per-mane una logica “di campanile” che mantiene le attuali 24 autorità portuali – poltronificio a disposizione della politica – quando occorrerebbe concentrarsi su 4-5 distretti logistici (gruppi di porti contigui con almeno un retroporto) per conseguire efficienza ed economie di scala. Si disperdono così in mille rivoli i peraltro scarsi investimenti portuali, spartiti secondo logiche politiche, e senza alcuna pianificazione nazionale. Sopravvive il moloch della burocrazia, così come la frammentazione di competenze fra autorità, capitanerie, dogane. Servirebbe una drastica semplificazione delle norme, specie per i dragaggi, indispensabili nell’era delle navi giganti. Continua a mancare l’autonomia finanziaria, cioè la possibilità dei singoli porti di autofinanziarsi con quote delle tasse generate dai loro traffici (e magari anche la facoltà di stabilire liberamente il livello di imposizione). Eppure sbloccherebbe gli investimenti portuali, fermi da anni. E a parità di finanziamenti li farebbe allocare sui porti più efficienti e costringerebbe a concentrare le risorse sui migliori progetti d’investimento. Ancora: un’industria terminalistica molto integrata orizzontalmente e verticalmente (con vettori marittimi e terrestri) richiede più libertà nell’attività aziendale e nell’organizzazione del lavoro, anche su più porti e consentendo distacchi e lavoro temporaneo (oggi riservato a monopolisti nei singoli porti). E tutto il lavoro portuale rimane soggetto a forti restrizioni. I picchi di traffico (strutturali nei porti) restano riservati a monopolisti. E per esigenze di sicurezza e prontezza operativa h24 i servizi tecnico-nautici (pilo¬taggio, ormeggio, rimorchio), obbligatori per legge anche quando tecnicamente non servirebbero, sono affidati senza gara a una sola impresa monopolista in ogni porto. Le concessioni dei terminal si allungano per permettere l’ammortamento di investimen¬ti rilevanti (ma vi sarebbero altri strumenti tecnici per consentirne il recupero in caso di gara vinta da un nuovo gestore). Inoltre non vi sono efficaci sanzioni per gli inadempi¬menti del concessionario (non si è mai appli¬cata la revoca della concessione, che danneggerebbe l’autorità, i lavoratori e l’economia della città portuale). E l’assenza di sanzione unita alla lunga concessione dà ai terminalisti un eccessivo potere “anticoncorrenziale”. Il Comitato portuale (il Cda dell’Autorità portuale) resta assurdamente formato da rappresentanti delle categorie, quasi tutti in conflitto d’interesse con l’autorità e/o con i potenziali “nuovi entranti” e concorrenti esterni. Sono noti i casi di grandi operatori il cui accesso ai porti italiani, che avrebbe portato investimenti e occupazione, fu impedito da decisioni condizionate dagli operatori incumbent, i cui rappresentanti sedevano nel Comitato portuale. Insomma, una riforma (molto) incompiuta, che affronta solo in parte i gravi problemi della portualità italiana, alla quale il governo, nel Def 2013 e nel documento programmatico “Destinazione Ita¬lia”, diceva di attribuire importanza cruciale. Servono semplificazioni e concorrenza, nella governance, nelle concessioni, nel lavoro. I porti italiani restano bloccati, e ben difficilmente potranno competere con quelli euro-pei e con quelli della sponda nordafricana mediterranea. La partita deve ancora cominciare, e siamo già in svantaggio.

 

I nodi vengono al pettine

Da quattro legislature il Parlamento tenta invano di modernizzare l’ordinamento portuale italiano per permettergli di reggere la concorrenza internazionale. Anche l’ultimo tentativo pare avvitarsi in un conflitto fra i sostenitori di una riforma radicale, i fautori di aggiustamenti marginali alla norma esistente, i fan di un intervento d’urgenza del governo. La legge 84 del 1994 realizzò una rivoluzione copernicana, mettendo…

Expo 2015, fiera del localismo alimentare?

Che Italia si presenta all’Expo 2015 di Milano? La diatriba scoppiata sugli Ogm è davvero rivelatrice. Da una parte c’è Oscar Farinetti, nemico giurato degli organismi geneticamente modificati, dall’altro Umberto Veronesi che ne sostiene l’utilità. Il grande venditore vorrebbe metterli al bando, così l’Esposizione si trasforma in una fiera del chilometro zero, dell’economia lenta, del localismo. Il grande oncologo sostiene…

Core: Sony, il business e la felicità

La Sony ha presentato Core, un braccialetto di metallo capace di monitorare l’attività fisica, il sonno e i parametri vitali di chi lo indossa. E non solo. Anche delle canzoni ascoltate, dei programmi tv seguiti, dell’attività sui social network. Insomma un braccialetto multisensoriale capace di rilevare il nostro stato d’animo. La Sony, dunque, in nome dei piccioli spinge l’innovazione sul…

Guadagni da record per l'App Store di Apple

Anno da record per l'App Store di Apple. Nei 12 mesi del 2013 gli utenti hanno speso oltre 10 miliardi di dollari in tutto il mondo per comprare applicazioni di ogni genere, dai giochi alle news. Numeri che raccontano di un giro d'affari sempre più esteso, esploso soprattutto nel mese di Dicembre in cui sono state vendute quasi tre milioni…

Perché Renzi sulla legge elettorale ciancia. Parla Becchi

“Si stanno facendo i conti senza l’oste sulla legge elettorale”. Paolo Becchi, filosofo del diritto a Genova, e uno degli intellettuali più apprezzati dal popolo del Movimento 5 Stelle, legge i quotidiani di carta, quelli on line, ascolta le dichiarazioni dei politici e non si dà pace: “Ma di che cosa si sta discutendo? Si dibatte dei tre modelli di…

A Genova flop dei Forconi, piazza quasi deserta per Calvani

Non è stato esplosivo il ritorno in piazza dei Forconi, anzi è stato salutato solo da poche decine di persone che a Genova hanno assistito al comizio del leader del Comitato 9 Dicembre Danilo Calvani, in Piazza Martinez. L'agricoltore laziale ha parlato delle divisioni del movimento accusando i suoi ex alleati di avere mire politiche. "Il movimento non è diviso…

Con il diritto al cognome, la famiglia si liquefa

il presidente del consiglio ha recitato il de profundis della famiglia italiana. dichiarando che "la corte di strasburgo ha ragione", enrico letta si è impegnato a modificare la normativa italiana in modo da consentire ai genitori di dare ai figli (anche) il cognome della madre. non si conoscono ancora le motivazioni della sentenza della corte europea dei diritti dell'uomo: a…

Il liberista Financial Times loda la poco liberista Web tax

Il Financial Times non può essere certo annoverato tra i giornali esteri teneri con il nostro Paese, né tanto meno può essere tacciato di non promuovere politiche di libero mercato. È per questo che desta doppio stupore un articolo con il quale il quotidiano della City londinese si è detto a favore di un aumento della tassazione ai big della…

×

Iscriviti alla newsletter