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A due settimane dalla decisione degli Stati Uniti di apporre nuovi dazi sulle auto elettriche cinesi vendute sul mercato americano e a cinque giorni dalla conclusione del G7 di Stresa, che ha sancito l’accelerazione verso un maggior contenimento dell’avanzata del Dragone in Europa (Stellantis venderà auto cinesi prodotte in Polonia e Byd, primo costruttore asiatico di veicoli verdi, sta per realizzare un gigantesco impianto in Ungheria e forse anche in Francia), Pechino va all’assalto di nuovi mercati.

Le mosse dell’Europa sono tutte ancora da definire, sia chiaro. Il governo italiano, per bocca del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, padrone di casa a Stresa, ha fatto capire che la questione dei dazi, anche sponda Europa e G7, dunque al netto delle decisioni degli Stati Uniti, è sul tavolo, magari proprio su quello di Borgo Egnazia, tra due settimane. Nel frattempo però il Dragone torna ad azzannare. E lo fa proprio in Brasile e sempre usando l’arma delle auto elettriche, che costano in media tra il 30 e il 40% in meno di un veicolo prodotto in altri Paesi.

Secondo la China passenger car association, infatti, il Paese verdeoro ha superato il Belgio come principale destinazione d’oltremare per i veicoli a nuova energia prodotti in Cina. I dati mostrano che le esportazioni cinesi di veicoli elettrici puri e ibridi plug-in verso il Brasile sono aumentate di 13 volte su base annua raggiungendo 40.163 unità in aprile, classificandosi così al primo posto per il secondo mese consecutivo. L’aumento delle esportazioni di veicoli elettrici ha reso il Brasile la seconda destinazione più grande della Cina per tutte le auto ad aprile, con la Russia che ha mantenuto il primo posto.

E pensare che il Brasile, onde non finire vittima del colonialismo industriale cinese, ammesso e non concesso che non lo sia già, dovrebbe a stretto giro aumentare le tariffe sulle importazioni di veicoli elettrici nel tentativo di incoraggiare la produzione locale. Le tasse di importazione per i veicoli elettrici erano state ridotte a zero dal 2015 prima di diventare soggette a un’imposta del 10% da gennaio. Le tasse aumenteranno adesso al 18% a luglio e alla fine raggiungeranno il 35% nel luglio 2026. Basterà? Difficile dirlo.

Attenzione però, non c’è solo il Sudamerica a rappresentare il nuovo eldorado cinese. Anche l’Africa, da tempo finita nella rete dei prestiti ombra del Dragone, di cui questo giornale si è occupato per lungo tempo, con effetti disastrosi sulle finanza dei governi africani, è tornata nei radar della Cina. Stavolta però c’è un ostacolo in più e l’ostacolo è il piano Mattei targato Italia, che mira proprio a emancipare il continente tramite investimenti di qualità e una sana collaborazione con l’Occidente.

Il fatto è che dopo la pausa indotta dalla pandemia, il programma di cooperazione economica della Cina è ripreso col vento in poppa, con il Continente africano al centro dei progetti e dell’attenzione del Paese asiatico. Come ha raccontato Reuters, esponenti del governo cinese hanno più volte sottolineato, anche di recente, di aver destinato miliardi di dollari a nuovi progetti di costruzione e di aver toccato livelli record nel commercio bilaterale nell’ottica di una politica win-win finalizzata a sostenere la modernizzazione del continente e a promuovere una cooperazione tra quest’ultimo e la Cina.

Ma i numeri raccontano però una situazione più complessa, con un bilancio positivo più che altro per il Paese asiatico. In particolare, se è vero che i nuovi investimenti cinesi in Africa nel corso del 2023 sono aumentati del 114%, l’altro lato della medaglia, secondo il Griffith Asia Institute della Griffith University dell’Australia, vede tali operazioni decisamente concentrate sull’estrazione di minerali essenziali per la transizione energetica globale e per l’effettiva realizzazione dei piani di rilancio dell’economia cinese in crisi. Nulla a che fare, dunque, con il bene dell’Africa.

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Nell’attesa di capire le mosse dell’Europa e del G7 per arginare l’avanzata cinese nel mercato dei veicoli puliti, Pechino va all’assalto del Brasile, che diventa il primo mercato di sbocco extra-asiatico. La quale nel frattempo torna a saccheggiare l’Africa, già provata da anni di prestiti-trappola

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