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Russia e Cina hanno posto il veto a una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un “cessate il fuoco immediato e duraturo” a Gaza e “il rilascio di tutti gli ostaggi ancora in possesso di Hamas”. Undici Stati membri hanno votato a favore della risoluzione, uno si è astenuto, mentre Algeria, Cina e Russia si sono opposti.

Quella decisa da Mosca e Pechino è una mossa puramente politica, che porta la massima assise onusiana a fallire (per la quarta volta) l’iniziativa per trovare un accordo su una risoluzione che chieda un cessate il fuoco. Questa volta, la disputa ha riguardato formalmente l’insistenza degli Stati Uniti nel collegare la richiesta di cessate il fuoco a un accordo sugli ostaggi e alla condanna di Hamas, piuttosto che alla risoluzione di cessate il fuoco incondizionata richiesta da Russia e Cina. Ma dietro ci sono scelte articolate, anche perché entrambi hanno rivendicato più volte di essere a favore di un cessate il fuoco immediato.

Le due potenze revisioniste lavorano in chiave politica contro Stati Uniti e Occidente. Far saltare questa risoluzione mette ancora più in difficoltà Washington, che non solo si è esposto inusualmente contro una volontà d’Israele — che ritiene la richiesta di cessate il fuoco alla stregua di quella di una resa — ma subsice anche uno stop dai due principali rivali internazionali. I quali a loro volta ottengono non solo di aver segnato un colpo contro Washington, ma anche di aver dimostrato che le Nazioni Unite sono inefficaci e sclerotiche — una delle grandi richieste di cambiamento che la loro offerta di modifica dell’ordine mondiale basato sulle regole si porta dietro. Ordine che secondo Russia e Cina può essere risolto con letture pragmatiche e utilitaristiche delle situazioni, come quella che le ha portate a negoziare con gli Houthi il passaggio sicuro delle loro navi, mentre i miliziani yemeniti destabilizzano le rotte geo-economiche indo-mediterranee in ritorsione contro Israele e l’Occidente, e le navi militare di Usa e Ue cercano di tutelare la sicurezza collettiva.

Poco prima della riunione del Consiglio di Sicurezza, il segretario di Stato Antony Blinken ha incontrato in Israele il primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo gabinetto di guerra. Nell’incontro, Blinken ha comunicato che c’è bisogno di “un piano coerente, o sarete bloccati a Gaza”, secondo una fonte sentita da Axios: “Potresti non rendertene conto finché non è troppo tardi”. Il segretario di Stato ha affermato che sulla strada attuale, Hamas rimarrà in controllo a Gaza o ci sarà l’anarchia, che creerà solo le condizioni per un maggiore terrorismo.

L’amministrazione Biden ha esaurito buona parte della pazienza con Netanyahu e sta da tempo chiedendo all’esecutivo israeliano di presentare un piano per il dopoguerra. Contemporaneamente, da settimane minacciava questa risoluzione anche come forma di pressione (finora avevano evitato di sostenere misure contenenti la richiesta di cessate il fuoco). Cina e Russia l’hanno invalidata — e anche questo è un elemento dietro a ciò che è successo all’Onu oggi.

Per raccogliere più voti, gli Stati Uniti avevano rafforzato il paragrafo della bozza di risoluzione che faceva riferimento al cessate il fuoco. La bozza statunitense includeva anche un linguaggio forte che esprimeva preoccupazione per una possibile offensiva di terra israeliana a Rafah. Passaggio su cui Washington è stato molto esplicito e Netanyahu altrettanto: non vi ascolteremo, è il senso della risposta pubblica alla richiesta americana di evitare un attacco massiccio nella città di confine che raccoglie tantissimi dei profughi scappati dalle aree a Nord della Striscia.

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