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Giorgia Meloni è sotto il fuoco incrociato. Il leader del Carroccio, Matteo Salvini, è affaccendato nell’organizzazione della kermesse sovranista che si terrà sabato, durante la quale è ragionevole immaginare una linea fortemente anti von der Leyen. Parallelamente, la segretaria del Pd, Elly Schlein, sostiene apertamente che la presidente della Commissione europea sia “troppo vicina a Meloni”. È chiaro che il bersaglio delle artigliate è proprio la premier. Eppure “Meloni con la sua linea rafforza la nostra posizione e quella della sua famiglia politica in Ue, Salvini è fuori tempo e Schlein non può dire altro”. L’analisi è di Lorenzo Castellani, politologo e docente di Storia delle istituzioni politiche alla Luiss.

Perché Schlein non può dire altro?

Von der Leyen non è la candidata del Pse, ma del Ppe. Il clima elettorale incide e, soprattutto, non è scontata la rielezione di Ursula. Ci sono tante dinamiche da valutare: sia all’interno del Pse – a partire dai franchi tiratori – sia nelle altre famiglie politiche a partire dall’Ecr cui appartiene Giorgia Meloni.

Per Salvini invece vale il discorso del nemico a destra. Ma come mai l’ha definito fuori tempo?

Perché il leader del Carroccio continua a sopravvalutare l’importanza del voto euroscettico. Al momento l’agenda politica dei temi è caratterizzata da altro. Dalla transizione, al posizionamento dei Paesi su scala internazionale passando per il tema centralissimo della difesa.

D’altra parte però Salvini può fare leva sul fatto che in altri Paesi, come l’Olanda, l’euroscetticismo ha pagato sul piano elettorale. Wilders ce l’ha fatta. 

In realtà a ben guardare ce l’ha fatta parzialmente. Non è primo ministro e soprattutto ha dovuto profondamente rivedere le sue posizioni a partire dalla volontà di portare l’Olanda al di fuori del perimetro dell’Unione.

Per cui secondo lei, in generale, la volontà di uscire dall’Ue si è affievolita?

Penso che ci sia una maggiore consapevolezza su ciò che potrebbe comportare per un Paese uscire dall’Europa. Ma soprattutto, è chiaramente dimostrato – anche dal dibattito interno italiano – che ormai sono politica estera e difesa i due veri terreni di influenza e di divisione.

Sul sostegno all’Ucraina si consumano ancora diversi strappi, anche in maggioranza al di là dell’abbraccio scenico in Aula tra premier e vicepremier. 

Certo, perché, ribadisco, è un terreno che divide profondamente le sensibilità. E tra l’altro non abbiamo chi, apertamente, si schiera in un modo solo a sinistra o viceversa. Nelle coalizioni e perfino all’interno delle famiglie politiche europee, tra i diversi componenti, ci sono molto sensibilità talvolta diametralmente opposte. E su questo, le divisioni sono insuperabili finché ci sarà una reale emergenza legata alla sicurezza internazionale.

Come incide in questo contesto l’ipotetica rielezione alla Casa Bianca di Donald Trump?

Sarebbe un fattore estremamente polarizzante che andrebbe a rinfocolare gli scontri in entrambi gli “schieramenti”. Con reazioni uguali e contrarie da una parte e dall’altra.

Di qui la centralità nell’agenda politica europea del tema della Difesa. 

Esattamente. La politica estera e la difesa saranno i due architravi attorno ai quali la nuova governance europea dovrà costruire la sua agenda politica. È plausibile, anzi, auspicabile un impegno per una difesa comune europea che comporterà prima di tutto un maggiore esborso da parte degli stati membri. Almeno fra il 2 o 3% del Pil. Bisogna arrivare a immaginare un Pnrr sulla Difesa.

Come spiegarlo a chi sostiene il cessate il fuoco incondizionatamente?

Quella del pacifismo purché sia è una teoria che non sta in piedi. Ammesso che si possa arrivare a un trattativa con Putin, ad esempio, questo non basterà a cristallizzare la situazione. Bisognerà comunque mantenere uno sforzo molto consistente sul tema della difesa e in particolare sul versante della deterrenza a lungo termine.

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