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In meno di dieci giorni il governo guidato da Giorgia Meloni dovrà venire a capo di due rompicapo e nemmeno di quelli facili da risolvere. Il primo, forse il più delicato, è la riforma del Patto di stabilità, dal quale dipende la gestione futura del debito italiano, architrave dell’intera finanza pubblica nazionale. I negoziati dell’ultimo Ecofin hanno prodotto un accordo politico di massima, dunque non ancora sottoscritto da nessuno dei Paesi membri ma di cui sempre più prende quota una formalizzazione entro il Natale. Intesa che poggia essenzialmente su una traiettoria di rientro del debito dell’1% all’anno e dello 0,5%, sempre annuo, per quanto riguarda il disavanzo.

E qui ci si ferma, perché l’Italia punta i piedi per tenere fuori dal calcolo del disavanzo e dunque del suo aggiustamento gli interessi sul debito, che anche a causa dei rialzi voluti dalla Bce, sono esplosi, fino ad arrivare a oltre 100 miliardi da pagare nel 2026 per assicurarsi il rifinanziamento del debito e tenere a bada i mercati. L’altro fronte è il Mes, su cui avrebbe dovuto pronunciarsi il parlamento, come da espressa indicazione del governo. Ma la Lega ha per il momento affossato il tutto, rimandando l’eventuale ratifica a data da destinarsi. A Bruxelles, dicono i ben informati, cominciano a essere piuttosto nervosi, anche perché c’è la percezione sempre più forte che Roma voglia legare il sì al Mes alle trattative sul nuovo Patto. Formiche.net ha chiesto un parere a Domenico Lombardi, economista e direttore e direttore del Luiss Policy Observatory.

La riforma del Patto di stabilità è vicina al punto di non ritorno. Se non si troverà l’accordo entro l’Ecofin del 18-19 dicembre, torneranno le vecchie regole. Quale la posta in gioco per l’Italia?

Dal momento che gli Stati membri hanno tempo fino alla fine dell’anno per trovare una quadra sulla riforma del Patto, è naturale che si comportino in modo strategico cercando di spingersi in prossimità del limite fisiologico della scadenza di fine d’anno. Peraltro, almeno in teoria, gli Stati membri potrebbero spingersi anche oltre tale scadenza, il che li induce ancora di più ad interagire strategicamente.

Il ministro Giorgetti insiste in particolare su un punto: l’Italia nei prossimi anni, complici i rialzi dei tassi da parte della Bce, spenderà molto di più per rifinanziare il suo debito. E tale spesa non può essere contemplata nel deficit. Ma la Germania punta i piedi, pare. Un compromesso è davvero possibile?

La posizione che il ministro Giorgetti ha esposto nella sua recente audizione parlamentare è che l’Italia condivide l’impianto della proposta formulata a suo tempo dalla Commissione. Allo stesso tempo, è disponibile a considerare variazioni su quella proposta purché non ne compromettano la semplicità che la caratterizza e l’orizzonte di medio periodo con il quale viene valutato il percorso di aggiustamento fiscale. D’altro canto, la Germania insiste sul soddisfacimento di paletti numerici annuali, anche se non è chiaro quanto questa sia la posizione del suo ministro delle Finanze piuttosto che del cancelliere Olaf Scholz, le cui recenti dichiarazioni lasciano intravedere una maggiore flessibilità negoziale.

Sul Mes il governo sembra voler prendere tempo, dopo lo stop della Lega. A Bruxelles, ormai è chiaro, cominciano a essere nervosi. La via di uscita? Ed è giusto legare la ratifica del Mes al negoziato sul Patto?

Il governo non ha mai escluso di considerare la ratifica del Mes, impegno peraltro assunto dai governi precedenti cui, però, non hanno dato seguito, nell’ambito di una valutazione olistica di tutti i dossier sul tavolo europeo. Tra questi, c’è ovviamente il Patto di Stabilità ma anche, e solo per fare un esempio, il sostegno, già concesso, all’allentamento temporaneo sulla disciplina europea contro gli aiuti di Stato, sostegno concesso dietro richiesta di alcuni Stati europei che avevano la capacità fiscale per beneficiarne.

Dunque? 

Occorrerà, quindi, formulare un giudizio complessivo sulla simmetria dei vari accordi e identificare eventuali compensazioni funzionali all’interesse dell’Italia. Peraltro, gli interessi di lungo periodo sono ovviamente allineati: tutti vogliamo la sostenibilità fiscale dell’Eurozona e delle sue economie, tra cui l’Italia.

Ieri il ministro Tajani è tornato a chiedere alla Bce di azionare la leva del freno sui tassi, iniziando la discesa. I tempi le sembrano maturi?

Posto che la Bce agisce in modo indipendente, mi sembra che il consenso in seno al suo Consiglio direttivo si vada gradualmente spostando nella direzione auspicata dal vicepremier Tajani. Gli ultimi dati sulla dinamica dei prezzi, non solo nell’Eurozona ma anche negli Stati Uniti, puntano a una sostanziale stabilizzazione del quadro inflattivo e a una velocità di convergenza sul target di medio periodo superiore alle attese. Prova ne è che le aspettative di mercato sono, ora, per l’avvio dei tagli nel secondo trimestre del prossimo anno.

C’è anche la Federal Reserve che può spostare l’ago della bilancia…

Probabilmente la Fed lo farà per prima. Ad ogni modo, il quadro sarà più chiaro nei prossimi giorni, mercoledì e giovedì, quando si riuniranno i rilevanti organi decisionali della Fed e della Bce, rispettivamente.

La strategia italiana sul Patto (e Mes) può funzionare. Lombardi spiega perché

​Sulle nuove regole fiscali invocate dall’Italia non c’è nulla di eversivo, perché Giorgetti ha fatto sua la proposta originaria della Commissione europea. E poi la Germania non sembra così compatta nei negoziati. Meloni non ha mai escluso a priori la ratifica del Mes, ma delle contropartite per Roma sono da mettere nel conto. La Bce? Il board sta lentamente lasciandosi alle spalle le logiche da falco. Intervista con Domenico Lombardi, economista e direttore e direttore del Luiss Policy Observatory

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