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Il Comando Centrale del Pentagono, che ha come area di responsabilità (Aor) la fascia geografica che va dall’Egitto all’Afghanistan, domenica ha diffuso due messaggi diretti: prima ha condiviso la foto di un bombardiere B-1 Lancer, poi quella di un sottomarino Classe Ohio che si muovevano nella propria Aor. Si tratta di assetti strategici di primo rilievo, mobilitati per indicare la presenza statunitense all’interno di una regione in cui già un rafforzamento militare c’è stato in risposta alle evoluzioni della crisi militare innescata dal barbaro attacco di Hamas del 7 ottobre, e acuita dalla violenta risposta israeliana.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, nel suo iper mediaticizzato discorso di venerdì scorso, ha detto che queste dimostrazioni di forza sono un segnale di debolezza. Lo dice perché in teoria non ci sarebbe bisogno di mostrare i muscoli per creare deterrenza. Ma è altrettanto vero che tra i calcoli che hanno portato il gruppo libanese — che è già in guerra con Israele dal 2006 — a tenere il coinvolgimento a un livello di bassa intensità c’è proprio la paura di finire tra gli obiettivi militari americani.

In definitiva la deterrenza ha funzionato, per ora. Anche se Washington ha dovuto fare uno sforzo. Contemporaneamente all’attività militare, connessa anche alla necessità di agire in eventuali missioni di recupero degli ostaggi in mano ai palestinesi, gli Stati Uniti hanno disposto un fronte diplomatico sin dai primi giorni della crisi. Anche in questo caso è un’attività complessa, portata avanti — come in questi giorni — dal dipartimento di Stato e da diverse forme di diplomacy (come quella veicolata dal direttore della Cia, William Burns, da ieri a Tel Aviv).

Gli obiettivi sono tre: dialogare con Israele per controllare il fronte e avere una prospettiva sul futuro, rassicurare gli alleati arabi e gestire i contatti per evitare l’escalation, cercare di promuovere sforzi umanitari per aiutare i civili di Gaza. Qui, alla stregua di sottomarini e bombardieri, il messaggio lo ha inviato Cindy McCain: “I genitori non sanno se potranno sfamare i propri figli, e se questi sopravviveranno”, ha detto in un comunicato la direttrice del Programma alimentare mondiale. Le parole di McCain non sono prive di senso politico, perché è la vedova dello storico senatore repubblicano John McCain, e soprattutto perché si allineano a quelle inserite in un altro comunicato in cui i capi delle principali agenzie delle Nazioni Unite chiedono in modo congiunto “un immediato cessate il fuoco umanitario”.

Il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, è in missione tra Israele, Giordania, Cisgiordania, Cipro e Iraq e Turchia. Ha avuto un incontro — il primo dall’inizio della crisi — con il leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, per parlare di aiuti umanitari e soprattutto della possibilità che Gaza passi sotto il controllo dell’Anp dopo la guerra. Il punto di non contatto, non tanto con i palestinesi ma con i partner regionali, è cosa, come, quando intendere quel “dopo”.

La Striscia oltre Hamas (e Netanyahu)

Per gli Usa sono necessarie “pause umanitarie” immediate, perché permetterebbero di non perdere la presa dell’offensiva ma garantirebbero (anche a livello di immagine) di assistere i civili della Striscia. Per i Paesi arabi c’è bisogno di un cessate il fuoco, e Giordania — che ha ospitato un summit ministeriale con Blinken nei giorni scorsi — ed Egitto si stanno occupando di fare da frontman di questa richiesta: “Ponete fine a questa follia” dicono Amman e Il Cairo. Per Israele però non c’è spazio per tregue di nessun genere, perché temono che possano essere sfruttate da Hamas e dall’Iran, che coordina l’Asse della Resistenza mobilitato in funzione (anche comunicativa) contro Israele — e per osmosi contro l’Occidente.

Il lavoro degli Stati Uniti sta nel tenere insieme i pezzi, mentre Cina e Russia supportano l’Iran nel costruire narrazioni rivali all’Occidente al fine di destabilizzarlo e disarticolarlo. Non bastasse questo, l’ulteriore livello del problema è interno ai vari fronti, dove si annidano figure estremiste, interessate (per interessi diretti) a incendiare il clima più che a una gestione in ottica deconflittuale. Per esempio, domenica il ministro israeliano del Patrimonio, Amihai Eliyahu, un cananista nazionalista di destra radicale, ha affermato che lanciare un’arma atomica su Gaza è “una delle opzioni possibili”. Parole che hanno suscitato lo sdegno del mondo arabo, con Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti che hanno diffuso comunicati di protesta e il Bahrein (satellite saudita negli Accordi di Abramo) che ha ritirato il diplomatico che guidava l’ambasciata recentemente riaperta.

Per comprendere il tono, Riad ha definito le parole di Eliyahu la dimostrazione della “pervasività dell’estremismo e della brutalità tra i membri del governo israeliano”. E dunque, nell’ottica di continuare la normalizzazione strategica tra Israele e i Paesi arabi, per primo il regno saudita, e per proseguire dopo la pausa tattica imposta dal conflitto, Washington deve affrontare anche un ulteriore livello di impegno: comprendere come, una volta gestita l’emergenza, poter affrontare il dopo Benjamin Netanyahu. D’altronde, solo il 27% degli israeliani vede in lui la persona adatta per guidare adesso il governo. Il dato è di un sondaggio fatto dal Lazar Research Institute for Israeli: un articolo che ne parlava è stato molto spinto dalla Anadolu Agency, l’agenzia stampa governativa di Ankara.

In Turchia si tiene adesso una linea anti-israeliana tattica, a uso di un ruolo nel mondo musulmano che il presiedente Recep Tayyp Erdogan cerca da sempre. È molto indirizzata contro il primo ministro, che infuoca le piazze. Domenica le autorità hanno dovuto disperdere i manifestanti che protestavano davanti alla base di Incirlik, dove la Nato custodisce assetti nucleari. Il tema è sempre quello: protestare contro Israele serve a sfogare i rancori contro l’Occidente — e per Erdogan, che ospita Blinken, a mantenere una linea ambigua.

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