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Superare l’approccio “riluttante” e sostenere, facendosi parte attiva, gli accordi di Abramo. La conclusione è corale, malgrado arrivi da prospettive differenti. Dall’energia ai rapporti bilaterali, dalla sicurezza alle opportunità anche per il nostro Paese. Per l’Unione europea è giunto il momento di fare il grande passo. Anche e soprattutto a fronte del cambio drastico di scenario geopolitico globale, generato dall’aggressione russa all’Ucraina. Sembra essere questa la rotta tracciata dai relatori al convegno organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi dal titolo “Gli accordi di Abramo e la dimensione europea. Quali possibilità di cooperazione?”, lunedì pomeriggio.

Ospiti il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata di Fratelli d’Italia, presidente della commissione Politiche dell’Unione europea, Alon Bar, ambasciatore d’Israele in Italia, Naser M.Y. Al Balooshi, ambasciatore del Bahrain in Italia, Nicola Monti, amministratore delegato di Edison, Fiamma Nirenstein, senior member Jerusalem center of public affairs, Gabriele Carrer, giornalista di Formiche.net, e Fabrizio William Luciolli, presidente del Comitato Atlantico in Italia.

L’apertura dei lavori (moderati da Simona Benedettini, comitato scientifico della fondazione) è affidata al segretario generale della fondazione, Andrea Cangini, che ha individuato negli Accordi di Abramo “il migliore lascito dell’amministrazione trumpiana”. E l’auspicio è che gli accordi rappresentino “solo l’inizio di un processo che dia forza e sostanza al concetto di Mediterraneo allargato”.

È il senatore Terzi di Sant’Agata a delineare con precisione l’estensione della proiezione bellica dal blocco est al Medio Oriente. La chiave di lettura è la “normalizzazione dei rapporti tra Iran e Arabia Saudita attraverso la mediazione cinese”. In questo senso è evidente che “la Cina voglia diventare un protagonista in quell’area, anche grazie alla solidarizzazione con i mullah”. Il ruolo del Dragone è molto chiaro, anche sul conflitto. “I rapporti tra Pechino e Mosca – così Terzi – si stanno traducendo in forniture di materiali dual use probabilmente per esigenze belliche russe e di semiconduttori utilizzati per sistemi d’armi avanzati”. Senza contare che Xi Jinping e Vladimir Putin hanno “esplicitato i loro obiettivi strategici territoriali”. Dunque anche alla luce di questi “inquietanti riallineamenti”, sostiene il senatore, “occorrerebbe rafforzare il rapporto tra l’Unione Europea e i Paesi che hanno sottoscritto gli accordi di Abramo”. Ci sono, secondo Terzi, “aree concrete di collaborazione” che potrebbero fungere da “elemento deterrente alle imprese terroristiche dell’Iran”. Su tutte deve prevalere “la volontà di affermare lo stato di diritto”, l’affermazione “dell’antisemitismo e la collaborazione più stretta su asset strategici (come la difesa e la tecnologia) tra Italia, Israele e Bahrain.

La considerazione da cui parte l’ambasciatore Bar è che l’Europa “non abbia ancora trovato la strada giusta per leggere gli Accordi di Abramo per quello che sono”. L’elenco di benefici che il diplomatico porta a suffragio della sua tesi è sterminato. D’altra parte, dice Bar, “i rapporti commerciali tra Israele e Arabia Saudita, dopo la firma degli accordi, hanno subito un’impennata quantificabile in svariati miliardi”. Non solo. “I governi di Israele e degli Emirati – prosegue – stanno facilitando le opportunità di investimenti, anche attraverso gli interventi delle banche centrali. In questo modo stanno aumentando anche gli investimenti israeliani in Bahrain”. L’import israeliano ha segni più ormai da tempo relativamente al mercato dei firmatari degli accordi. Oltre alle “grandi collaborazioni” che si stanno avviando sul fronte energetico e tecnologico.  Settore, quest’ultimo, nel quale Bar vede la prospettiva di “forti opportunità anche per l’Italia”. Gli Accordi, al di là dell’apertura di nuove collaborazioni tra atenei di diversi paesi in chiave di rafforzamento del dialogo ebraico-cristiano, stanno garantendo “significativi passi avanti nel campo dell’agricoltura e del turismo”.

Ancor più esplicito nel sostenere la necessità di una “presa di posizione da parte dell’Ue in favore degli Accordi di Abramo” è l’ambasciatore Al Balooshi. Secondo l’ambasciatore del Bahrain “grazie a quell’importante passo avanti, si è riusciti a garantire maggiore sicurezza e relazioni più stabili tra le nazioni in quell’area”. Non è, quindi, solo una questione di affari. Ma un modo “nuovo per costruire la pace”. E se l’Europa fosse più coinvolta “probabilmente applicando il metodo degli Accordi di Abramo si potrebbe auspicare in una risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese”.

Una questione apertissima in Ue e che probabilmente ha condizionato l’atteggiamento degli stati europei verso gli accordi. Ne è convinta Nirenstein che per nella prospettiva di risoluzione dell’annosa questione tra israeliani e palestinesi spera in una “posizione meno unilaterale dell’Europa”. Sì perché “in tutti i documenti dell’Unione pare emergere sempre un’attribuzione di violazioni a Israele ai danni dei palestinesi sui territori”. Il punto reale che Nirenstein imputa all’Europa è la “narrativa obsoleta” che ha determinato l’atteggiamento “riluttante” verso gli Accordi di Abramo. Fin da subito. Ma gli accordi sono fondamentali perché mentre da un lato abbiamo visto “irrompere la guerra guerreggiata, cosa che non accadeva dal secondo conflitto mondiale”, abbiamo assistito anche “all’irrompere della pace” in zone geografiche da sempre attraversate da sanguinosi scontri. Lo scoppio della guerra in Ucraina è stato probabilmente – per lo meno sotto il profilo energetico e di approvvigionamento – l’innesco che ha aperto gli occhi su quanto “gli Accordi siano fondamentali anche per noi”. Ed è per questo che l’Ue secondo la componente del Jerusalem Center of public affairs dovrebbe “entrare a far parte degli Accordi di Abramo”. Malgrado le difficoltà non manchino e il fatto che “l’Iran e l’Arabia Saudita abbiano creduto di trovare un partener più agibile nella Cina piuttosto che negli Usa, non rafforza i patti di Abramo”.

Alla tavola rotonda, Carrer ha portato una proposta nata sulle pagine di Formiche.netun “I3U2”, uno spazio in cui l’Italia, aggiungendosi a Israele, India, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, avrebbe ragione di muovere le interconnessioni di cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato nel suo recente intervento di apertura al Raisina Dialogue e che sono parte di questo asse indo-abramitico.

A proposito di settori strategici è l’amministratore delegato di Edison che sottolinea a più riprese l’esigenza della “diversificazione” degli approvvigionamenti. “L’energia – riflette – è uno strumento di formidabile cooperazione tra i Paesi. Un elemento di competitività per il settore industriale”. Quello della sicurezza energetica diventa quindi un tema di “sicurezza nazionale”. In questa prospettiva, insomma, va inquadrata la robusta operazione di diversificazione che Edison sta portando avanti da anni, arrivando a vantare un “portafoglio con cinque fonti di approvvigionamento di gas naturale differenti”. Ricordando, tra le altre cose del gasdotto EastMed, Monti ricorda che la dipendenza dagli approvvigionamenti dell’Italia dal Nord Africa e dal Medio Oriente “in questi anni è calata, lasciando spazio a forniture provenienti da altri paesi”. Fra i player che Edison guarda con grande interesse c’è senz’altro Israele peraltro “molto vicino all’Italia”. In un quadro più complessivo di diversificazione Monti sostiene che il “supporto politico è fondamentale” e l’auspicio in proiezione futura è che “si stringano accordi con altre nazioni in maniera meno condizionata da fattori di politica interna”.

Ed ecco rientrare in gioco gli Accordi e l’atteggiamento europeo. Luciolli rimarca il “grande coraggio dei Paesi che hanno voluto sottoscrivere quel patto”. Un punto che segna “una svolta”. Un po’ come una “pietra miliare”. Ed ecco che l’Europa, malgrado “stia perdendo terreno in Medio Oriente, conserva ancora un potere attrattivo forte”. L’esigenza attuale, nella consapevolezza di una ridefinizione complessiva dell’Occidente  “senza la Federazione Russa” è quella, da parte dell’Ue, di avviare “un’azione transatlantica, riflettendo su un nuovo multilateralismo” che porti a un approccio “più pragmatico agli Accordi di Abramo”.

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Gli Accordi di Abramo rappresentano “un’opportunità formidabile” per l’Unione europea e per il nostro Paese. I riflessi della guerra in Ucraina stanno ridisegnando l’Occidente e, in questa chiave, il sostegno a questi patti potrebbe portare grossi benefici a più livelli.  Chi c’era e cosa si è detto al convegno organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi dal titolo “Gli accordi di Abramo e la dimensione europea. Quali possibilità di cooperazione?”

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