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Capi di Stato, rappresentanti delle istituzioni internazionali e del mondo della finanza, ma anche attivisti di rilievo. Sono questi i partecipanti del Summit for a New Global Financing Pact, riunitosi oggi nella capitale francese per una quarantottore di lavoro serrato. L’obiettivo che si pone questa convention è quella di elaborare una strategia concreta per affrontare in modo sinergico due questioni fondamentali per il futuro del pianeta: l’emergenza climatica e il ‘Sud Globale’.

Crisi del debito, crescita sostenibile, riduzione delle diseguaglianze, ma anche climate finance e ruolo del settore privato nel finanziamento degli investimenti. Questi sono solo alcuni dei temi specifici oggetto di attenzione dei partecipanti al Summit. Masood Ahmed, presidente del think-tank Center for Global Development di Washington, ha affermato di non aspettarsi che l’incontro porti a risultati pratici, ma al raggiungimento di un ampio consenso sul fatto che “Dobbiamo pensare in modo molto più grande e coraggioso. Dobbiamo essere disposti a cambiare.”

Poche ore prima dell’avvio del Summit, è stata diffusa pubblicamente una lettera aperta di un nutrito gruppo leader globali: tra i firmatari più noti Macron, Michel, Biden, Lula, Von Der Leyen, Scholz, Sunak e Kishida, ma anche il presidente kenyano Ruto, il sudafricano Ramaphosa, il senegalese Sall, l’emiratino bin Zayed e la presidente delle Galapagos Mia Mottley (Mottley che è anche a capo della Bridgetown agenda, posizione che lascia presupporre un ruolo importante all’interno delle dinamiche del Summit di Parigi). Nella lettera, vera e propria dichiarazione di intenti per l’imminente Summit, i politici sopraccitati sottolineano l’urgenza di affrontare molto seriamente le questioni della povertà e delle disuguaglianze sociali, così come quello del cambiamento climatico, auspicando un cambio di passo in questa direzione per raggiungere gli obiettivi prefissati negli United Nations Sustainable Development Goals entro la data limite del 2030.

Nel testo vengono anche delineate alcune questioni prioritarie che dovranno essere affrontate durante i lavori. In primis, la realizzazione di un fondo globale da 100 miliardi di dollari appositamente dedicato alla lotta al cambiamento climatico. Ma anche la riforma delle cosiddette multilateral development banks (come Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale) costituite in un momento storico caratterizzato da necessità totalmente diverse da quelle del mondo attuale, con lo scopo di potenziare la cooperazione tra enti diversi e quella tra dimensione istituzionale e dimensione privata. Seguono la proposta di un technology transfer su base volontaria verso le economie emergenti, dell’istituzione di una safety net contro il verificarsi di eventi imprevisti e di una maggiore cooptazione dei capitali privati all’interno dei processi pubblici necessari per realizzare questi obiettivi.

I presupposti lasciano ben sperare. Secondo quanto riportato, il nuovo presidente della Banca Mondiale Ajay Banga (che succede al dimissionario David Malpass, oggetto di critiche e controversie per le sue posizioni) terrà un discorso in cui suggerirà alcuni possibili strumenti pratici da mettere a disposizione dei paesi in via di sviluppo per il raggiungimento degli obiettivi preposti; tuttavia, alcuni critici hanno fatto notare come questi strumenti possano già essere messi in atto con la struttura attuale, sottolineando come essi possano essere un escamotage per evitare di riformare le istituzioni e di mantenere tale e quale l’ordinamento originario sviluppato a Bretton Woods nel 1944. Le pressioni verso la trasformazione delle stesse sono altissime su più fronti, e un fallimento di questo processo rischierebbe di far perdere il momentum, con conseguenze imprevedibili sul lungo periodo.

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