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La Cina ha avviato una nuova e ampia tornata di esercitazioni militari attorno a Taiwan, aumentando la pressione sull’isola a poche settimane dall’approvazione, da parte di Taipei, del più grande pacchetto di acquisizioni militari mai autorizzato dagli Stati Uniti. Pechino ha definito le manovre un avvertimento alle forze “separatiste” taiwanesi e alle interferenze esterne.

Le esercitazioni, denominate “Justice Mission 2025”, coinvolgono forze terrestri, navali, aeree e missilistiche dell’Esercito Popolare di Liberazione e si svolgono nello Stretto di Taiwan e nelle acque circostanti l’isola. Secondo il Comando del Teatro Orientale dell’Esercito di Liberazione Popolare (Pla), le attività includono esercitazioni a fuoco vivo e mirano a testare la prontezza al combattimento congiunto, la capacità di imporre blocchi marittimi e il controllo di porti e aree strategiche.

Tensione record

I media statali cinesi riferiscono che le esercitazioni a fuoco vivo sono iniziate oggi, 29 dicembre, con la designazione di cinque zone marittime e aeree ristrette attorno a Taiwan. Una scelta che segnala l’ampiezza operativa delle manovre. Il ministero della Difesa taiwanese ha dichiarato di aver rilevato quasi 90 sortite di velivoli e droni cinesi, oltre a numerose unità navali e della guardia costiera, alcune delle quali in aree che si sovrappongono a rotte aeree e marittime internazionali.

Pechino ha accompagnato le esercitazioni con un messaggio politico esplicito. “Si tratta di un serio avvertimento alle forze separatiste per l’indipendenza di Taiwan e alle forze di interferenza esterna”, ha dichiarato il colonnello Shi Yi, portavoce del Comando del Teatro Orientale, definendo le manovre un’azione necessaria per difendere la sovranità nazionale e l’unità del Paese.

La risposta di Taipei è stata netta. Joseph Wu, segretario generale del Consiglio di Sicurezza nazionale di Taiwan, ha definito le esercitazioni “un atto di escalation” che minaccia la pace regionale e viola i principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, accusando la Cina di alimentare deliberatamente l’instabilità nell’area. Una fonte regionale parla del “momento di maggior tensione regionale nell’Indo-Pacifico di tutto il 2025”.

Oltre il momento

Il contesto resta strettamente legato al recente via libera di Washington a una vendita di armamenti da 11,1 miliardi di dollari a Taiwan. In risposta, Pechino ha annunciato sanzioni contro aziende statunitensi legate al settore della difesa e ha ribadito che il rafforzamento militare di Taipei non potrà ostacolare quella che definisce la “riunificazione completa” della Cina.

Ma al di là della contingenza, le manovre evidenziano un trend più ampio. I media statali cinesi hanno pubblicato in questi giorni una mappa comparativa che riunisce tutte le principali esercitazioni congiunte condotte attorno a Taiwan dal 2022: dalle manovre seguite alla visita di Nancy Pelosi a Taipei, passando per le esercitazioni Joint Sword del 2024, fino all’attuale Justice Mission 2025. La sequenza mostra una progressiva estensione e normalizzazione delle operazioni militari cinesi attorno all’isola. Ossia, una costante violazione dello status quo che regola gli equilibri tra Pechino e Taipei, con la Cina che usa tali violazioni come messaggio di normalizzazione.

Secondo William Yang, analista dell’International Crisis Group, le esercitazioni rappresentano anche un test per l’amministrazione Trump. Pechino, ha osservato al Financial Times, potrebbe calibrare le prossime mosse militari sulla base della risposta statunitense, valutando al contempo come utilizzare la pressione militare per accentuare le tensioni politiche interne a Taiwan, dove le opposizioni accusano il presidente Lai Ching-te di aumentare il rischio di conflitto attraverso una linea più dura nei confronti della Cina e un incremento della spesa per la difesa.

Il quadro regionale

Nel complesso, le esercitazioni vanno dunque lette alla luce di un contesto regionale più ampio e sensibile, segnato dal recente irrigidimento dei rapporti tra Cina e Giappone. Le esercitazioni si inseriscono infatti in un duro scontro diplomatico tra Pechino e Tokyo, dopo che il mese scorso la premier giapponese Sanae Takaichi aveva suggerito che un’eventuale invasione cinese di Taiwan potrebbe innescare una risposta militare da parte del Giappone.

Il riferimento, inedito nei comunicati dei comandi del Pla, alla necessità di dissuadere “interventi militari esterni” segnala un’evoluzione del messaggio strategico cinese: non più rivolto esclusivamente a Taipei, ma indirizzato anche agli attori regionali che negli ultimi mesi hanno iniziato a collegare esplicitamente la stabilità dello Stretto di Taiwan alla propria sicurezza nazionale.

Con Justice Mission 2025, la Cina conferma una tendenza ormai consolidata: l’uso della pressione militare attorno a Taiwan non come risposta eccezionale, ma come strumento strutturale di coercizione, destinato a ridefinire progressivamente l’equilibrio strategico nello Stretto.

Le esercitazioni, pur destinate con ogni probabilità a concludersi senza incidenti, contribuiscono così a ridefinire il quadro deterrente nell’Indo-Pacifico, inserendo il fattore giapponese in modo più esplicito nel calcolo strategico di Pechino. Sono dunque anche un segnale politico e dottrinale che riflette un ambiente regionale più interconnesso, in cui ogni presa di posizione pubblica – dalle parole di Takaichi agli armamenti americani – viene rapidamente assorbita nella competizione strategica.

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