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La svolta della fusione nucleare è sempre a venti o trent’anni di distanza, secondo una battuta tanto vecchia quanto valida che circola da decenni tra gli addetti ai lavori. Tuttavia, per la prima volta in quasi un secolo di ricerca, i segnali positivi si stanno moltiplicando. Il successo statunitense dell’esperimento alla National Ignition Facility lo scorso dicembre ha fatto la storia. In parallelo il settore privato sta attraendo l’attenzione e il denaro di una serie di investitori di altissimo profilo, ponendo le fondamenta di quello che potrebbe diventare una vera e propria rivoluzione energetica.

Il successo del Nif, dove per la prima volta i ricercatori hanno ottenuto un guadagno netto di energia dalla reazione di fusione nucleare, ha riacceso l’interesse delle istituzioni. A marzo l’amministrazione Biden ha confermato (su richiesta bipartisan del Parlamento) un fondo da oltre 1 miliardo di dollari per finanziare la ricerca nel 2024. Dopodiché le autorità hanno modificato le regole della ricerca in maniera da dare a chi sviluppa queste tecnologie “la certezza normativa di cui hanno bisogno per innovare” e rendere la fusione “una nuova fonte energetica praticabile”, secondo quanto dichiarato dall’associazione industriale di riferimento, la Fusion Industry Association.

Più investimenti negli Stati Uniti significano più investimenti a livello mondiale, secondo l’ente, che ha registrato un’impennata straordinaria di denaro investito sulla fusione negli ultimi due anni: oltre cinque miliardi di dollari, un aumento del 139% rispetto a quelli precedenti, raggiunto prima che la Nif annunciasse il suo risultato rivoluzionario e pari, secondo PitchBook, a circa il 75% della raccolta complessiva di fondi per la fusione. Fonti industriali hanno rivelato a Formiche.net che gli investimenti aggiuntivi hanno portato la somma complessiva più vicina ai sette miliardi di dollari. Ma il dato più d’impatto è la percentuale degli investimenti privati: solamente 200 milioni di questi finanziamenti sono soldi pubblici.

Tra gli investitori privati spiccano diversi miliardari di Silicon Valley che hanno previsto e costruito il boom dell’economia digitale. Figurano Jeff Bezos (fondatore di Amazon), Peter Thiel (PayPal, Palantir, barone del venture capital), Bill Gates (già Microsoft, oggi dedito all’energia con Breakthrough Energy Venture), Marc Benioff (ad di Salesforce) e Sam Altman (a capo di OpenAI). Tutti stanno investendo in startup che si occupano di fusione nucleare, nella speranza di sfruttare il processo che alimenta il sole e le altre stelle per fornire energia pulita ed essenzialmente illimitata.

La scommessa di questi grandi investitori è semplice: credono che la costruzione di un reattore a fusione capace di fornire elettricità alla rete non sia più un problema tecnico ma ingegneristico e ritengono che ormai sia questione di pochi anni, grazie all’ondata di nuovo denaro e ricerca che dovrebbe anticipare i tempi previsti. In un sondaggio di Fia/Ukaea del 2021, la stragrande maggioranza di essi (17 su 23) ha dichiarato che questo traguardo sarà raggiunto negli anni Trenta del Ventunesimo secolo.

Tra le startup più foraggiate c’è Commonwealth Fusion Systems, sostenuta da Benioff e Gates oltre che dall’italiana Eni, con una timeline ultra-aggressiva: prevede che il suo prototipo dimostrativo SPARC diventi operativo nel 2025. “Cercheremo di dimostrare il guadagno netto di energia in uscita rispetto a quella in entrata subito dopo, e questo ci mette sulla strada di mettere in rete una centrale a fusione commerciale all’inizio del 2030”, ha detto Jennifer Ganten, capo costruttore del presso Commonwealth Fusion Systems, in occasione di un recente evento di Euractiv.

La prossimità della rivoluzione sembra essere il fil rouge che accomuna le scommesse dei tecno-investitori. Altman, a capo dell’azienda che con il lancio di ChatGPT ha appena scombinato le carte dell’intera industria tecnologica, ha investito 375 milioni di dollari in Helion Energy, un’altra startup che promette di dimostrare la produzione netta di elettricità l’anno prossimo. E si dedica attivamente alla startup: “gli mando persone da esaminare e intervistare”, ha detto l’ad di Helion, David Kirtley, al Wall Street Journal.

Agli addetti ai lavori non sfugge il parallelo con i recenti progressi dell’intelligenza artificiale, che richiede anch’essa quantità colossali di potenza di calcolo per eseguire i modelli. Ernest Moniz, ad del gruppo di ricerca no profit Energy Futures Initiative ed ex Segretario all’Energia degli Usa, ha detto al WSJ che i miglioramenti nell’apprendimento automatico su larga scala hanno accelerato gli esperimenti e aiutato diverse aziende a raggiungere o ad avvicinarsi alle temperature e alle pressioni estreme necessarie per le reazioni di fusione. Secondo lui “c’è una ragionevole probabilità che almeno una, forse due aziende dimostrino le condizioni della fusione in questo decennio”.

Fusione nucleare

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