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L’assemblea delle Nazioni Unite ha deliberato l’anno scorso che il 15 di marzo sia la Giornata Internazionale contro l’Islamofobia, una giornata nella quale sensibilizzare le istituzioni e i popoli nel mondo a non discriminare e odiare le persone di fede islamica.

Quest’anno il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha lanciato per l’occasione un video messaggio di auguri e di solidarietà nei confronti dei musulmani che vivono l’imminenza del mese di Ramadan, il mese nel quale la pratica del digiuno diurno accompagna la ricerca di una maggiore concentrazione verso il Dio Unico tramite la recitazione della Sua Parola rivelata nel Sacro Corano. Potenza dei social media, il video messaggio ha fatto presto successo ed è stato celebrato come segno di un nuovo ciclo di riconoscimento della pari dignità anche del credente musulmano nella sua piena cittadinanza tra i credenti e i cittadini del mondo.

Il Centro Internazionale per il Multiculturalismo della Repubblica dell’Azerbaijan ha organizzato la prima conferenza internazionale di esperti, docenti universitari, leader religiosi musulmani, cristiani ed ebrei a Baku sul tema dell’Islamofobia con l’intenzione di valorizzare la risoluzione Onu nel suo primo anniversario. L’impianto del convegno internazionale di due giorni ha affrontato il tema seguendo varie prospettive: il colonialismo come radice di un nuovo imperialismo, il ruolo delle organizzazioni internazionali e dei media, il rispetto del pluralismo e del dialogo interreligioso, la politica dell’Occidente e della Francia.

Si è trattato di un primo esperimento interessante che mette in relazione esperienze e sensibilità differenti su un tema complesso. L’impressione è che ci sia ancora molto lavoro da fare per raggiungere una chiarezza e una maturità che permetta al tema di essere analizzato nelle sue cause e affrontato con soluzioni che riguardano vari settori della società. Prevale ancora il rancore e le rivendicazioni, in parte legittime, per l’ingiustizia sociale subita e gli approcci sono ancora troppo differenti tra chi mette tutte le discriminazioni insieme e chi è alla ricerca della ragione per il vittimismo.

Sorprende anche un esasperato astio per l’Occidente associato in modo superficiale con alcuni membri del Parlamento Europeo accusati di suprematismo e populismo e incoerenza nella tutela dei diritti umani. Parallelamente, alcuni sociologi europei sull’Islam sembrano gridare allo scandalo sulle campagne di odio nei confronti dei musulmani in Europa e soprattutto in Francia quasi difendendo la legittimità delle frange radical-chic delle peggiori correnti dell’Islam politico come “giusta opposizione al sistema”.

Abbiamo chiesto a questi tecnici perché non prendessero in esame con migliore coerenza scientifica e accademica la maggioranza dei musulmani europei che non vogliono essere ostaggio di questi presunti sindacalisti della fratellanza militante che, dopo aver provocato solo danni sociali nel mondo arabo moderno, pretendono affermarsi come i legalisti o i giustizialisti in nome dell’Islam in Europa. Se gli accademici smettono di essere scientifici per fare i promotori e i tifosi di alcuni speculatori scaltri che sfruttano l’islamofobia per avere un risarcimento sociale, il dibattito parte con gravi lacune e corruzioni di metodo e di sostanza. La loro giustificazione basata sulla critica dei regimi nel mondo orientale è senz’altro un appello sano alla libertà ma conferma una faziosità di approccio tutt’altro che obiettivo e neutrale e, in buona parte, ingenuo, miope e discriminatorio nei confronti dei religiosi e dei laici musulmani che con alcune ideologie non hanno e non vogliono essere confusi.

Più interessante ci sembra l’approccio istituzionale nella nomina dall’Unione europea della Coordinatrice contro l’odio e la discriminazione anti-musulmana. Questa denominazione ci sembra più corretta di quella di islamofobia che, a differenza della claustrofobia o dell’aracnofobia, non ha una reale patologia e psicosi collettiva. Infatti, insistiamo ad affermare che non vi è ragione di confondere la paura per i clandestini, i criminali e i terroristi con la paura per una identità comunitaria millenaria di credenti che appartengono alla radice della famiglia monoteista di Abramo. Se, diversamente, secondo alcuni psicologi, la sete di potere di alcuni individui li induce a inventare un nemico da demonizzare, allora la fobia dovrebbe riguardare questo nuovo tiranno e impostore che vuole modificare la genesi dei cittadini e l’identità dei credenti convertendoli o escludendoli dal suo dominio assoluto e utopistico. E, in effetti, questo scenario mostruoso, già manifestato nei cicli precedenti della storia in tutte le regioni del mondo, ha ben ragione di essere temuto. Semmai, possiamo affermare che il concorso attivo di autentici rappresentanti delle varie confessioni religiose costituisce un naturale antidoto a questo caos della tirannide proprio per la loro testimonianza di una dimensione universale della creazione e della natura umana.

A questa conclusione sono arrivati i relatori dell’ultima sessione interreligiosa di Baku: il mufti del Caucaso Allahshukur Pashazade, il segretario generale del Consiglio Giuridico Islamico dall’Egitto Ibrahim Negm, la rappresentante del Consiglio Centrale di Nahdlatul Ulama dall’Indonesia Iffatul Umniati Ismail, il Metropolita Siriaco di Mardin Saliba Ozmen, l’imam Yahya Pallavicini dall’Italia, il rettore del seminario teologico di Tiblisi Georgy Zviadadze e il segretario generale di WMCC dagli Emirati Arabi Uniti Muhammad Bechari.

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Il Centro Internazionale per il Multiculturalismo della Repubblica dell’Azerbaijan ha organizzato la prima conferenza internazionale a Baku sul tema dell’Islamofobia. Su raccomandazione del gran mufti del Caucaso Pashazade è stato invitato anche l’imam Yahya Pallavicini, come vice presidente della Coreis, ambasciatore Icesco per il dialogo e presidente di Eulema, il Consiglio europeo dei referenti musulmani

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