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Domenica 12 aprile 2026 è una data destinata a rimanere nella storia magiara. Dopo 16 anni di governo del leader sovranista Viktor Orbán, il Paese ha cambiato il suo volto politico chiudendo molto probabilmente la sua stagione illiberale. I risultati ufficiali vedono vincitore lo sfidante liberal-conservatore, Péter Magyar, il cui partito, Tisza, ottiene un’ampia maggioranza di voti a scapito di Fidesz, il partito di Orbán.

Due dati saltano subito all’occhio. Il primo riguarda l’affluenza alle urne che ha registrato un record storico in quanto il 79,5% degli aventi diritto ha votato. Esso rappresenta il dato più alto da quando l’Ungheria ha conosciuto le prime elezioni libere dopo la fine del comunismo. Inoltre, l’assegnazione di 138 seggi su 199 disponibili a Tisza permette di raggiungere la  “super maggioranza” necessaria per attuare riforme costituzionali. Quindi, il futuro governo sarà nelle condizioni di promuovere riforme costituzionali volte a riallineare il Paese nel solco delle democrazie liberali.

Oltre a questi dati immediati, i cambiamenti più rilevanti si vedranno nella riconfigurazione della politica estera magiara. La vittoria di Magyar apre nuovi scenari in cui le priorità strategiche di Budapest verranno declinate in modo meno ostile nei confronti dei partner europei. Il promesso “riavvicinamento dell’Ungheria all’Ue e alla Nato” rappresenterebbe così l’inizio di una nuova fase per il ruolo in Europa del Paese.

La non strategia dell’Ue nei confronti dell’Ungheria

Il cambio di governo a Budapest è accolto positivamente a Bruxelles. Ursula von der Leyen e altri esponenti Ue leggono la vittoria di Magyar come un rafforzamento dell’Unione e il ritorno dell’Ungheria su un percorso europeo, segnando la fine delle tensioni dell’era Orbán su stato di diritto, diritti civili e dossier internazionali come Ucraina ed energia russa.

La super maggioranza di Tisza apre la strada a possibili riforme costituzionali, ma il processo resta complesso per via del forte “entrenchment” istituzionale lasciato da Orbán, con assetti pensati per resistere al cambiamento e influenzare il sistema anche dopo una sconfitta elettorale. Anche nodi come la Corte Costituzionale restano un ostacolo al pieno riallineamento. Più in generale, emerge il limite dell’Ue nel gestire processi di “ridemocratizzazione”: l’assenza di una strategia efficace e l’uso debole di strumenti come l’articolo 7 hanno favorito per anni comportamenti da “free rider” da parte di Budapest. Il caso polacco conferma che un cambio politico non basta, se persistono vincoli istituzionali e coabitazioni conflittuali.

Sul piano internazionale, Magyar mantiene una linea parzialmente distaccata da Bruxelles: condanna la Russia ma rifiuta l’invio di armi e truppe in Ucraina, riflettendo sia la rottura con Orbán sia vincoli di opinione pubblica interna. Anche sull’adesione di Kyiv all’Ue prevale cautela e il ricorso a consultazione popolare. La sua visione dell’Ue è più intergovernativa che sovranazionale, con forte enfasi sulla dimensione centroeuropea e sul rilancio del Gruppo di Visegrád, specialmente i rapporti bilaterali con la Polonia quale principale alleato, come strumento di coordinamento regionale e di riavvicinamento a Bruxelles.

E l’Italia?

Un esempio è il Consiglio europeo del 19 marzo, in cui Meloni ha mostrato comprensione verso le posizioni ungheresi sul pacchetto di aiuti da circa 90 miliardi per Kyiv, oggetto di revisione da parte di Budapest. Il rapporto tra Italia e Ungheria resta infatti fondato su convergenze politiche di lungo periodo: sovranità nazionale, contrasto all’immigrazione irregolare e approccio critico all’integrazione sovranazionale, oltre a una cooperazione economica e industriale.

La vittoria di Magyar non interrompe questa continuità. Come osservato anche dal ministro Guido Crosetto, le differenze tra Tisza e Fidesz non sono così nette, soprattutto su dossier come quello ucraino. I rapporti bilaterali restano quindi solidi, anche con il nuovo governo ungherese. Tuttavia resta possibile un’evoluzione verso un maggiore inquadramento delle relazioni nel quadro europeo, con meno ambiguità politico-ideologiche e un rapporto più istituzionalizzato. Questo potrebbe ridurre il rischio di comportamenti opportunistici e rendere più stabile il dialogo tra Roma e Budapest.

Conclusione

Dunque, la vittoria di Magyar segna una discontinuità significativa nella traiettoria politica ungherese ma priva di riallineamenti radicali e lineari. La politica estera ungherese sembra orientarsi verso una maggiore prevedibilità e una minore conflittualità rispetto al passato, pur mantenendo posizioni non pienamente allineate su dossier sensibili come l’Ucraina. La normalizzazione ungherese può risultare in benefici sia per l’Europa centrale sia per l’Italia che tendono a stabilizzarsi pur non rinunciando alle caratteristiche strategiche uniche che definiscono il ruolo dell’Ungheria nell’Ue.

Magyar ha vinto, quindi? Ecco cosa cambierà

Di Lorenzo Avesani

La vittoria di Péter Magyar alle elezioni nazionali segna una svolta storica in Ungheria terminando nei fatti la parabola orbaniana. Ottenuta la “super maggioranza” necessaria per rimettere Budapest in una cornice istituzionale liberaldemocratica, il Paese è destinato a profondi cambiamenti che avranno ripercussioni a livello regionale ed europeo. L’analisi di Lorenzo Avesani (geopolitica.info)

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