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Il leader cinese, Xi Jinping, ha presentato quattro principi guida per la pace e la stabilità in Medio Oriente, con un focus sulla sicurezza del Golfo e sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. L’area resta ad alta tensione dopo l’escalation tra Stati Uniti e Iran e le conseguenti ripercussioni sulla sicurezza marittima regionale. I punti, formalmente comunicati dalla portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, ricalcano i principi ricorrenti della diplomazia cinese, ma acquisiscono maggiore profondità se letti alla luce del contesto diplomatico e delle dinamiche emergenti tra Cina, Russia e Iran.

Tempismo e coordinamento con Mosca

L’annuncio del piano coincide con la presenza a Pechino di Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, impegnato in consultazioni con il suo omologo Wang Yi. Questo elemento temporale non appare casuale. Cina e Russia hanno intensificato il coordinamento politico sul dossier mediorientale, convergendo su una narrativa comune che attribuisce la crisi nello Stretto di Hormuz all’escalation militare guidata dagli Stati Uniti – legittimando la reazione iraniana, seppure non esplicitamente per evitare la contro-reazione di partner del Golfo. Questa posizione rafforza la legittimità della proposta cinese agli occhi di una parte del cosiddetto Global South, ma al tempo stesso accentua la distanza rispetto alla narrativa occidentale.

Contemporaneamente. Xi ha ragionato di principi condivisi con la Spagna per contrastare un ordine globale “che si sta sgretolando nel disordine” durante la visita ufficiale del primo ministro Pedro Sánchez, che arriva sempre oggi. Da ricordare che Madrid è stato il più critico sugli attacchi statunitensi-israeliani contro l’Iran, complicando sin da subito l’uso delle basi spagnole all’Usa.

Di più: la diffusione. delle proposte arriva mentre a Pechino c’è il crown prince emiratino, Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, per un incontro diretto con Xi. Gli Emirati sono il Paese più colpito dalle rappresaglie iraniane, come infrastrutture civili e impianti petroliferi colpiti, 537 missili balistici e 2.256 droni intercettati dalla difesa aerea di Abu Dhabi. impegnati al recupero di uno status quo accettabile, che permetta agli Uae di continuare il racconto del loro territorio come di un hub turistico e soprattutto finanziario globale.

La simultaneità tra la visita di Lavrov e quella di Sanchez e bin Zayed, e la presentazione delle proposte di Xi suggerisce una forma di narrazione tattica. Una convergenza, più che un vero allineamento strutturato, che matura con Mosca. La Russia dispone oggi di margini limitati di influenza e capacità di azione politica nella regione, anche alla luce dell’impegno prolungato sul fronte ucraino. In questo contesto, Possibile che il Cremlino possa vedere in una sintonia con Pechino uno strumento utile soprattutto sul piano narrativo, in funzione di una contrapposizione all’Occidente e agli Stati Uniti.

Il piano in quattro punti mantiene quindi una natura prevalentemente autonoma, pur inserendosi in un quadro di interessi parzialmente convergenti tra Cina e Russia. Riguardo alla Spagna, il messaggio di Sanchez è anche diretto a una collettività interna che contesta tout court l’amministrazione Trump. Per gli Emirati, sorpresi dall’azione americana che ha creato panico per il presente e il futuro della regione (ai propri danni), la necessità è gestire il contesto nel modo più ampio possibile.

Le quattro proposte

Le quattro linee guida delineate da Xi si articolano lungo un impianto organico che riflette la tradizionale impostazione diplomatica cinese. Al centro vi è innanzitutto il principio della coesistenza pacifica, declinato nella necessità per gli Stati del Golfo – definiti come “vicini inevitabili” – di rafforzare il dialogo e costruire un’architettura di sicurezza regionale inclusiva, fondata su cooperazione e sostenibilità. A questo si affianca il richiamo alla sovranità nazionale come linea rossa, con un’enfasi sulla tutela dell’integrità territoriale e sulla non interferenza, in un contesto segnato da pressioni esterne e dinamiche conflittuali. Il terzo pilastro riguarda la centralità del diritto internazionale e del sistema multilaterale con le Nazioni Unite al centro, in contrasto implicito con approcci unilaterali. Infine, Pechino propone un equilibrio tra sicurezza e sviluppo, sostenendo che la stabilità sia condizione necessaria per la crescita economica, ma anche che lo sviluppo rappresenti uno strumento di consolidamento della sicurezza, offrendo ai Paesi del Golfo l’accesso alle opportunità legate alla modernizzazione cinese.

Osservando quanto reso pubblico da Pechino, e come già avvenuto in altri contesti – in particolare rispetto alla guerra su larga scala in Ucraina – emerge come la Cina tenda a muoversi più su un piano di principi che su quello di proposte operative concrete. Questa scelta riflette anche una valutazione realistica del contesto negoziale: sia sul versante americano sia su quello iraniano, le condizioni per un accordo appaiono complesse e difficilmente raggiungibili nel breve periodo senza il rischio di impantanarsi in negoziati inconcludenti. In questo senso, Pechino sembra voler evitare un’esposizione diretta, privilegiando una postura di alto profilo retorico ma a basso rischio operativo. Il recente tentativo di mediazione di Islamabad, rivelatosi poco efficace, suggerisce i rischi di un coinvolgimento diretto in negoziati ad alta incertezza – un terreno che Pechino sembra preferire evitare per preservare flessibilità e margini di manovra.

Tra diplomazia e ambiguità operativa

Accanto alla dimensione diplomatica, emergono però anche elementi che complicano il quadro. Secondo indiscrezioni riportate da testate statunitensi come il New York Times e il Wall Street Journal, Washington starebbe pensando alla possibilità che la Cina possa fornire all’Iran tecnologie dual use e sistemi con potenziale applicazione militare.

Pur in assenza di conferme ufficiali, queste informazioni fatte trapelare sui media internazionali suggeriscono un livello di coinvolgimento più articolato da parte di Pechino, che si muoverebbe su un doppio binario: da un lato promotrice di stabilità e dialogo, dall’altro possibile facilitatrice della capacità iraniana di sostenere la propria resistenza.

Anche questa ambiguità è coerente con l’approccio cinese, che tende a evitare un allineamento esplicito ma mantiene margini di manovra per proteggere i propri interessi strategici, in particolare sul piano energetico.

Una (non) proposta politica in un contesto competitivo

Nel complesso, le quattro proposte di Xi delineano una visione politica chiara ma priva, per ora, di strumenti operativi immediati. Il loro valore risiede soprattutto nella capacità di Pechino di inserirsi nel vuoto lasciato da un approccio statunitense più assertivo e selettivo nella regione.

Letta nel contesto delle tensioni con Washington e in vista della visita del presidente Donald Trump a Pechino, l’iniziativa cinese appare come parte di una strategia più ampia: promuovere un ordine regionale meno dipendente dagli Stati Uniti, fondato su sovranità, sviluppo e cooperazione multilaterale, mantenendo al contempo canali di dialogo con gli stessi Stati Uniti.

Intanto, nei fatti, la Cina continua a muoversi secondo una logica di business as usual, come suggerisce anche la vicenda della petroliera Rich Starry. L’unità, una combined chemical and oil tanker da 36.000 tonnellate di portata lorda, sanzionata dagli Stati Uniti per precedenti attività legate al commercio di prodotti iraniani e sospettata di battere bandiera in modo fraudolento, è riuscita a transitare lo Stretto di Hormuz, per poi comunque essere rimandata indietro dal blocco navale statunitense una volta arrivata nel Mar Arabico. I dati AIS indicano una possibile connessione con proprietà e equipaggio cinesi, mentre la nave — già ancorata al largo degli Emirati Arabi Uniti e rientrata nel Golfo nei giorni precedenti — avrà provato a uscire da Hormuz con destinazione non specificata. Secondo il database dell’International Maritime Organization, l’imbarcazione risulta collegata a una società con sede a Shanghai già inserita anch’essa nelle liste sanzionatorie del Dipartimento al Commercio.

Le quattro proposte di Xi per la pace di Hormuz

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