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L’Italia è come un esercito senza retrovie. Ha un tridente d’attacco (incursori, marines, lagunari) straordinario. Le consente, con azioni rapide ed improvvise, di conquistare le cime delle colline. Ma difficili da mantenerle, nel caso delle inevitabili controffensive. Lo si vede chiaramente negli ultimi dati del Bollettino economico della Banca d’Italia, che hanno un valore cognitivo importante. Ma che devono essere tenuti presenti anche da un punto di vista politico, per scrutare gli umori più profondi di un elettorato chiamato presto alle urne.

Quel che emerge dalle dinamiche più recenti (soprattutto dal 2014) è la ritrovata centralità del mercato internazionale. Nel 2021 circa un terzo del Prodotto interno lordo era legato all’andamento delle esportazioni. Che hanno trainato l’intera economia. Il vantaggio italiano è stato dato soprattutto dallo “scambio ineguale”. Quei prezzi delle materie prime, soprattutto energetiche, crollati a seguito dell’eccesso di offerta, che dopo la crisi dei subprime e dei debiti sovrani, ha caratterizzato l’economia mondiale.

Grazie a quelle dinamiche, l’avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti è stato continuo, posizionandosi, in media, intorno al 3 per cento del Pil. I crediti accumulati nei confronti dell’estero hanno pertanto consentito all’Italia di far fronte ad una vecchia posizione debitoria, che nel 2011 aveva superato il 20 per cento del Pil. I debiti pregressi sono stati via via saldati e nel primo trimestre del 2022 si sono trasformati in crediti verso l’estero. Per un valore pari ad oltre 108 miliardi di euro. Equivalenti al 6,8 per cento del Pil (Bollettino economico n.3).

Anche se il 2022, stando alle previsioni più recenti, segnerà un leggero arretramento, a causa dell’aumento dei costi delle materie prime, i risultati sono stati più che positivi. Sebbene abbiano comportato inevitabilmente un costo, in termini di sacrifici. La conquista della cima di quella collina non é stata un’operazione indolore. La politica economica ha dovuto accompagnare quella fase, ricorrendo alla mordacchia deflativa. E i risultati, in termini di redistribuzione del reddito, sono apparsi subito evidenti.

Secondo l’ultima indagine della Banca d’Italia sui redditi delle famiglie italiane, quel tridente d’attacco di cui si diceva in precedenza, pari ad un quinto delle famiglie italiane, ha visto crescere il proprio reddito disponibile di circa il 6 per cento, nel periodo 2016/20. Nulla a che vedere, con quanto capitato ai più poveri. Per questi ultimi, un altro 20 per cento del campione, il reddito disponibile, grazie soprattutto all’erogazione di contributi pubblici (dal reddito d’inserimento a quello di cittadinanza) è aumentato del doppio, con una percentuale del 12 per cento.

I grandi esclusi sono stati gli altri. Circa il 60 per cento dell’intero campione, che ha beneficiato di minori benefici, a loro volta decrescenti, con il crescere del reddito disponibile. Orientativamente si parte da un 3 per cento del primo 20 per cento, a meno della metà per il restante 40. Data la loro alta percentuale, non era possibile intervenire, a causa di un costo proibitivo, con provvidenze di carattere pubblico. Il che spiega la stretta, ma anche la compressione della piramide sociale. Si allarga alla testa ed alla base, ma si restringe in mezzo. “Squeezed middle” (centro schiacciato) come ci ha ricordato Federico Fubini dalle pagine del Corriere.

Il fenomeno risulta accentuato se si analizza il patrimonio, vale a dire la ricchezza posseduta. In questo caso la compressione è ancora maggiore. Per il 30 per cento più povero, la ricchezza finanziaria passa dai 6,6 mila euro l’anno del 2016 a 8,7 mila del 2020 (più 15,3%). Per il 5 per cento più ricco si corre, invece, da 1,298 milioni di euro a 1,570 (più 20,9%). Le classi centrali, al contrario, risultano le più sfigate. La perdita, nel periodo considerato, è stata pari al 7,2 per cento: da 222,6 mila euro a 206,6.

Le cause? L’eccessiva presenza del patrimonio immobiliare, che per il ceto medio è prevalente. La casa: obiettivo di una vita. La perdita sugli immobili, a causa della caduta dei relativi prezzi è di circa 16 mila euro e corrisponde, come si può facilmente vedere, all’intero importo della retrocessione. Si deve aggiungere che il fenomeno è principalmente italiano. La Commissione europea, nell’ambito delle procedure sugli squilibri macroeconomici, effettua un monitoraggio costante delle quotazioni immobiliari. Dai relativi dati risulta che l’Italia è l’unico Paese che ha registrato, nel quinquennio 2016/20, una caduta dei relativi valori.

Dati che, da un lato, dimostrano il prevalere, nel corso di quegli anni, di politiche sostanzialmente deflazionistiche, che tra l’altro, hanno depresso i salari. Ma non solo. Hanno anche prodotto un “effetto ricchezza” negativo. I proprietari di immobili, preoccupati delle perdite subite dal proprio patrimonio hanno cercato di risparmiare, al fine di ricostruire il capitale perduto. Chiudendo il cerchio. La compressione dei consumi interni ha accelerato la trasformazione dell’economia italiana verso il modello “export led”.

Come impatterà tutto ciò sulla situazione politica, lo vedremo nei prossimi mesi. Al momento l’unica relativa certezza è che i risultati elettorali 2022, difficilmente baceranno quelli del 2018. Ci sono, è vero, i sondaggi che sembrano rincuorare. Ma rischiano di essere bugiardi. Finora quella parte così rilevante di popolo (oltre il 65% secondo il campione di Banca d’Italia), che non ha santi in paradiso, ha subito tutti i malfunzionamenti sociali di un Paese che si è progressivamente polarizzato. A difesa dei più poveri e dei più ricchi. Mario Draghi aveva dato ai perdenti una speranza. Legata soprattutto alla migliore performance del sistema economico nazionale. Populisti d’ogni risma e d’ogni balzano orientamento lo hanno cacciato. Forse non succederà alcunché. Ma è come se, all’improvviso, l’acqua dei fiume invece di correre verso il mare, risalisse verso la montagna.

Un modello di sviluppo e il sacrificio del ceto medio. E ora senza Draghi?

Finora la parte che non ha santi in paradiso (oltre il 65% secondo Banca d’Italia) ha subito tutti i malfunzionamenti sociali di un Paese che si è progressivamente polarizzato. A difesa dei più poveri e dei più ricchi. Mario Draghi aveva dato ai perdenti una speranza. Legata soprattutto alla migliore performance del sistema economico nazionale

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