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Chissà se davvero ritornerà la Germania crudele, austera e castigatrice. Sembra lontano secoli lo scontro titanico sul terreno del Patto di Stabilità, quando Berlino dettava legge in Europa, pretendendo che i Paesi ad alto debito, alias l’Italia, rispettassero i parametri sul deficit anche a costo di sacrificare crescita e investimenti. In mezzo c’è stata una pandemia globale e poi una guerra, dalla quale è scaturita l’inflazione più violenta e insidiosa degli ultimi 50 anni di storia europea.

Ora che la Bce ha ufficialmente abbandonato la politica monetaria accomodante, riaprendo dopo dieci anni la stagione dei tassi al rialzo, per la Germania sembra essere tornato il tempo del bastone al posto della carota. Quello scudo anti-spread, solo sussurrato da Christine Lagarde e ancora tutto da definire, non è andato giù ai tedeschi, tornati falchi a 30 anni esatti da Maastricht. Perché alzare i tassi e rendere il denaro più costoso se poi c’è un paracadute pronto all’uso per Roma, ma anche Madrid?

Il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, non gode certo della fama di colomba, anzi. Nei giorni scorsi ha aperto ufficialmente il fuoco contro la creatura, vera o presunta, di Francoforte. E pensare che Berlino non è certo messa bene, tra un’inflazione (dato di giugno) all’8% e una crisi energetica potenzialmente letale: sempre meno gas dalla Russia, un ritorno imbarazzante al carbone e l’atomo abbandonato in fretta dopo Fukushima che invece serve più che mai. E, per la prima volta

E così, pochi giorni fa, Nagel, che ha preso il testimone di quel Jens Weidmann non certo più tenero di lui, ha espresso contrarietà riguardo al nuovo strumento di contrasto alla frammentazione annunciato dalla Bce lo scorso 15 luglio, la cui definizione potrebbe essere annunciata nel prossimo meeting della banca centrale del 21 luglio. Secondo Nagel il nuovo strumento dovrebbe avere carattere eccezionale ed essere attivato solo in caso di allargamento degli spread ingiustificato dai fondamentali e di un danneggiamento nel meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Inoltre, deve essere necessariamente legato a condizionalità a carico dei paesi beneficianti. in soldoni, lo scudo anti-spread nemmeno è nato che è già sotto attacco della Bundesbank.

C’è chi ha provato a dare una lettura della posizione tedesca, come Marcello Messori, economista e saggista, gran conoscitore di cose monetarie. “Alcuni membri del Consiglio direttivo della Bce si sono posti in una posizione difficile impegnandosi a varare un efficace scudo contro la frammentazione dei mercati finanziari dell’euro-area e, in particolare, contro l’eccessivo aumento degli spread fra titoli pubblici dei vari stati membri”, è la premessa.

“Il fine è, ovviamente, condivisibile. La difficoltà risiede, però, nel fatto che tale scudo non può ripristinare i programmi di acquisto netto dei titoli pubblici (App e Pepp, ndr), perché la Bce ne ha completato la chiusura pochi giorni fa, e non può neanche limitarsi a varare la flessibilità rispetto al riacquisto dei titoli in scadenza del programma Pepp, perché si tratta di decisione scontata, l’annuncio risale a inizio anno, e perché l’ammontare in gioco sono insufficienti. Pertanto, a meno che la Bce non esca dal vicolo cieco legando le proprie iniziative di politica monetaria a quelle di politica fiscale accentrata, la condizionalità del Recovery and Resilience Facility, è gioco facile metterne in luce la difficoltà”.

Dunque? “Le dichiarazioni di Nagel combinano preoccupazioni corrette ma un po’ scontate con l’innesco di trappole letali. Due soli esempi bastano a chiarire il punto. Nagel sfonda la classica porta aperta dichiarando che la Bce può agire solo se non viene compromesso l’obiettivo della stabilità dei prezzi e solo per evitare blocchi nei meccanismi di trasmissione della politica monetaria. Queste due condizioni significano, infatti, che la Bce può agire solo nell’ambito del proprio mandato. Viceversa, Nagel introduce due ostacoli di fatto insuperabili addossando alla Bce l’onere di due prove, un giurista direbbe invertendo l’onere delle prove. Secondo Nagel infatti, qualunque scudo può essere attivato a due condizioni: la Bce deve provare che il livello degli spread è il frutto di eccessi dei mercati finanziari e che l’introduzione di questo scudo non modifica l’orientamento di politica monetaria”, spiega Messori.

La conclusione è insomma che la Germania l’ha messa giù pesante, ipotecando lo strumento previsto dalla Bce, che potrebbe non reggere il colpo tedesco. “Per di più, Nagel giustifica tali condizioni con il solito riferimento al fatto che lo scudo non deve eliminare gli incentivi all’aggiustamento di bilancio per i Paesi ad alto debito. Misurare, in tempo reale, il grado di efficienza di un mercato e disegnare uno strumento monetario che abbia effetti rilevanti ma senza incidere sulla politica monetaria sono barriere capaci di interrompere un’autostrada, figuriamoci un sentiero già senza apparente uscita”.

Bundesbank

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