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Il viaggio mediorientale di Joe Biden è ufficialmente fissato. Dopo una serie di annunci, smentite, indecisioni, la Casa Bianca ha definitivamente comunicato che il presidente statunitense visiterà la regione del Medio Oriente dal 13 al 16 luglio. Obiettivo dichiarato: “Rafforzare l’impegno degli Stati Uniti per la sicurezza e la prosperità di Israele” e “partecipare al vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo con Egitto, Iraq e Giordania (noto come CCG+3)”.

A latere di questa seconda occasione, a Jeddah, è previsto l’incontro con Re Salman d’Arabia Saudita e suo figlio, l’erede al trono e factotum del regno Mohammed bin Salman, nei confronti del quale il democratico americano aveva finora riservato un trattamento piuttosto freddo (tra i due non ci sono relazioni, ed è certamente una particolarità vista la profondità del rapporto decennale tra Riad e Washington).

Come candidato alla presidenza, Biden ha giurato di far pagare all’Arabia Saudita “il prezzo e renderla di fatto il paria che è” a causa dell’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi — residente in Virginia, critico sul marchio che bin Salman stava dando al potere di Riad, massacrato da una squadraccia dei servizi segreti sauditi a Istanbul. Dopo aver assunto l’incarico, l’americano ha ordinato la pubblicazione di un rapporto di intelligence che collegava il principe ereditario all’omicidio di Khashoggi e ha imposto modeste sanzioni a figure di livello inferiore. Ma con i prezzi della benzina in costante aumento, l’energia russa da isolare e la presenza cinese in Medio Oriente da contenere strategicamente, per Biden è complicato permettersi di tenere ancora a distanza il leader del principale Paese produttore di petrolio del mondo.

Tra pochi mesi si rinnoverà il Congresso con le elezioni di metà mandato e i Democratici non sembrano messi troppo bene — per il presidente il rischio è di restare senza il controllo di entrambe le camere e trovarsi l’azione di governo estremamente complicata. Il prezzo alla pompa è uno degli interessi storici pre-elettorali statunitensi; i consumatori (dunque elettori) ci tengono. Tuttavia, lo staff di Biden allarga l’ottica della visita. Non c’è solo la necessità di riaprire il dialogo con i sauditi (e con gli altri alleati regionali) per avere una sponda migliore nel cercare di gestire i prezzi del mercato energetico.

La Press Secretary, Karine Jean-Pierre, ha dichiarato che, sebbene l’energia sarà un punto di discussione, le relazioni tra le nazioni sono molto più complesse di così: “Considerare questo viaggio solo come una questione di petrolio sarebbe semplicemente sbagliato”. Di fatto, la dichiarazione sembra anche un modo per abbassare le aspettative. L’Opec+, di cui fanno parte i produttori petroliferi del Golfo e la Russia, ha scelto già di aumentare le produzioni all’inizio di questo mese. C’erano state pressioni statunitensi, inizialmente non ascoltate da sauditi ed emiratini (leader nel cartello petrolifero). Ora ce ne sono altre per un altro aumento — perché questo non ha gratificato troppo il mercato — in autunno, magari da annunciare a breve.

Biden arriverà nella regione in un momento di delicata volatilità. I negoziati per ricomporre il Jcpoa (l’accordo del 2015 per il congelamento del programma nucleare iraniano) sembrano vacillare anche per indecisioni e divisioni a Teheran. Una situazione che solleva il timore che Israele possa scegliere vie non diplomatiche, con il tacito sostegno dell’Arabia Saudita e di altri Stati arabi del Golfo che considerano Teheran un nemico. Nel frattempo però, la fragile coalizione di governo israeliana guidata da Naftali Bennett sta vacillando e non c’è alcuna garanzia che possa durare fino alla visita di Biden — un fattore che ha probabilmente rallentato l’annuncio delle date.

Allo stesso tempo, Biden si trova davanti alla necessità (anche solo narrativa) di cercare di ricostruire il ruolo statunitense mediatore sulla questione israelo-palestinese, dopo l’inclinazione ultra-israeliana di Donald Trump, e dopo che la firma degli Accordi di Abramo — che Biden sostiene con forza — ha messo da parte interessi sul futuro dei palestinesi. Biden incontrerà anche il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, che recentemente ha fatto sapere al segretario di Stato Antony Blinken di sentirsi abbandonato. Sarà il primo incontro presidenziale di questo tipo dalla visita di Trump del 2017.

Per concludere, una nota: la dichiarazione della Casa Bianca ricorda sul finale che questa visita nella regione mediorientale “è il culmine di mesi di diplomazia” e segue l’incontro del presidente Biden con i leader dell’Asean alla Casa Bianca, il suo viaggio nella Repubblica di Corea e in Giappone, il vertice del Quad, l’accoglienza del vertice delle Americhe la scorsa settimana a Los Angeles e quelli della prossima settimana in Europa (G7 e Nato). È una precisazione con diverse letture: innanzitutto sottolinea quel “Diplomacy First” promesso a inizio presidenza e sottolineato con il discorso sul “posto dell’America nel mondo” del 4 febbraio 2012, durante un incontro all’Harry S. Truman Building del dipartimento di Stato.

Poi specifica che l’Asia e l’Indo Pacifico sono il quadrante di maggiore interesse, quello dove anche recentemente si è maggiormente mosso l’impegno diplomatico degli Stati Uniti. Ma allo stesso tempo, che si inserisca il Medio Oriente in questo recente sforzo di attività internazionali sottolinea che gli Usa intendono mantenere qualche forma di presenza nell’area, agganciandola ai teatri strategici orientali ed europei. Infine, quell’ultima parte serva a spiegare al mondo che l’America c’è e muove le sue trame in mezzo a un conflitto (quello russo in Ucraina) che apparentemente potrebbe sottrarre attenzione sul resto dei dossier. Tutto, e questo è il messaggio interno agli americani diretti al voto delle Midterm, senza tralasciare che l’obiettivo dell’amministrazione Biden è la situazione interna. In ciò la diplomazia è strumento per ottenere risultati migliori con sforzi minori.

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