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Ci ha sorpreso questa tornata elettorale? Da una parte no, perché la vittoria di Giorgia Meloni era attesa. I sondaggisti, con oscillazioni di due-tre punti per qualche partito, questa volta hanno fatto un buon lavoro. Dall’altra, non sono mancate le novità, gli elementi di rottura e le lezioni che, cocciuti, continuiamo a non imparare.

NON ESISTONO PIÙ REGIONI ROSSE

L’immagine che più mi è rimasta impressa è la cartina dei collegi uninominali. Ieri sera, insieme alla squadra di Formiche.net, abbiamo co-organizzato una election night nella sede di Binario F, lo spazio di Meta alla Stazione Termini, con YouTrend, Will Media, Fondazione Italia Digitale. Intorno alle 2.30, l’instancabile Lorenzo Pregliasco e io eravamo davanti a una mappa dell’Italia divisa per le circoscrizioni elettorali che determinano i circa 200 seggi (su 600) assegnati con il sistema maggioritario.

Era una sconfinata macchia blu, colore attribuito al centrodestra, con qualche chiazza gialla (M5S) al Sud e delle macchioline rosse tra Firenze, l’Emilia-Romagna e l’Alto Adige. Ciò che nell’immaginario era il fortino della sinistra, non esisteva più. Certo, sono anni che alle amministrative in Toscana, Umbria e anche Emilia (remember Guazzaloca?) si registrano vittorie nette per candidati di centrodestra, ma possiamo dire che si chiude definitivamente una fase che durava dal Dopoguerra a oggi.

MAI, MAI (MAI) DARE PER FINITO BERLUSCONI

Sono passati quasi 30 anni dal 1994 dell’avviso di garanzia che mise fine al suo primo governo. Nel frattempo è successo di tutto: inchieste, processi, delfini che hanno tentato di diventare balenotteri, Forza Italia che si trasforma in Pdl e ritorna Forza Italia, “Che fai, mi cacci?”, la fine del Berlusconi III sotto i colpi dello spread (e di Merkel, Sarkozy, Obama, Geithner, Trichet/Draghi, Napolitano, Monti), i servizi sociali a Cesano Boscone, la legge Severino, l’uscita dal Senato, le uscite di Alfano, Fitto, Verdini, Toti. E poi la rottura della coalizione nel 2018, Salvini che se ne va con Di Maio, i sondaggi in calo, il Covid, il ritorno al governo con Draghi, i sondaggi ancora più in calo, l’abbandono del partito dei ministri in carica.

E invece, the revenant, l’inossidabile, ha dominato la campagna elettorale su TikTok, sbaragliando gli altri leader apprendisti social, ha ammazzato le mosche a mani nude e riservato una carezza al povero Putin. Oggi può dire di aver superato il Terzo Polo, agguantato la Lega, i suoi parlamentari sono cruciali per avere una maggioranza, lui entrerà a Palazzo Madama da senatore più anziano che potrà presiedere la prima seduta. C’è chi lo immagina anche presidente, seconda carica dello Stato, ma la scocciatura di gestire l’Aula farebbe scappare chiunque.

LA PRIMA PREMIER DONNA (FORSE), UN EXPLOIT CHE PASSERÀ ALLA STORIA (SICURO)

A Giorgia Meloni non servono certo conferme del suo successo. Ma non si è mai visto un partito, su piazza da oltre 10 anni, passare dal 4 al 26% nell’arco di una legislatura. Il 40% di Renzi alle Europee veniva dopo il 25% di Bersani alle politiche. Il 34% dei 5 Stelle nel 2018 seguiva il 25% alle precedenti politiche, sempre quelle “non vinte” dall’allora segretario Pd. Quella di Meloni, Crosetto e La Russa passerà alla storia come l’unica scissione di successo dai tempi del Partito Socialista.

Il successo dell’ex ministra della Gioventù ha gonfiato le vele pure dei suoi compagni di viaggio: Salvini pur con l’8% e rotti porterà alla Camera tanti deputati quanto il Pd (che ha il 19%), e anche Forza Italia ha più seggi che percentuali grazie al traino, nell’uninominale, del partito con la fiamma.

LA POLITICA ESTERA ESISTE E NE HANNO PARLATO TUTTI

Pur avendo poco tempo a disposizione, e pur essendo in mezzo alla tempesta di inflazione e crisi energetica, i leader hanno parlato di Russia, Ucraina, Nato, alleanze, Cina e Taiwan, futuro dell’Unione europea. A occhio, più che in qualsiasi campagna dai tempi della caduta del muro di Berlino. Perché interessava gli elettori? Manco per niente: interessava chi guarda l’Italia da fuori e voleva prendere le misure a Giorgia Meloni. Lei non si è tirata indietro: schierandosi con l’Ucraina tra i primissimi, non esitando nell’invio di armi e nel professarsi alleata affidabile degli Stati Uniti. Compreso quel “è finita la pacchia per l’Europa”, che si può riporre con “abbiamo gli strumenti” di Ursula von der Leyen nel cassetto delle cose dimenticabili (una delle due almeno aveva la scusa della sfida elettorale).

In fondo, siamo osservati speciali. Il governo gialloverde ha firmato il memorandum per la Via della Seta, la Lega ha un accordo – mai interrotto – con il partito di Putin, Giuseppe Conte non ha fatto mistero delle sue posizioni poco allineate sul dossier russo, il Pd si è presentato alle urne con un partito che ha votato contro l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato. Per questo è stato un fiorire di articoli, analisi, seminari, newsletter, che hanno sezionato le posizioni dei partiti e cercato di leggere la futura proiezione del nostro Paese. C’entra anche, e molto, il trauma di perdere la guida di Draghi sulla scena internazionale.

Cosa abbiamo imparato in questa notte elettorale

Durante una election night co-organizzata da Formiche con Binario F, Youtrend, Will Media, Fondazione Italia Digitale, sono emerse alcune novità, abbiamo imparato una lezione (mai dare per finito Berlusconi, capitolo XXII), e sono crollate alcune certezze. Nota positiva: si è parlato molto di politica estera. Ma per ragioni che poco hanno a che fare con gli elettori

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