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Ramzan Kadyrov sostiene pubblicamente che a Kharkiv sono stati commessi degli errori e chiede di modificare immediatamente lo sforzo bellico russo: “Sono stati commessi errori. Penso che vadano tratte delle conclusioni”. È la seconda volta nel giro di due settimane che il leader ceceno espone in maniera aperta le sue difficoltà rispetto l’invasione russa voluta da Vladimir Putin. Il dibattito interno non aveva mai raggiunto finora così chiaramente la superficie. Sebbene la Russia non sia vinta, e Kadyrov non stia abbandonando la sua missione al fianco delle forze del Cremlino, le difficoltà diventano via via più evidenti.

Non ci sono solo le controffensive ucraine. Le truppe sono svogliate e demotivate; mal pagate, non sentono l’esigenza di combattere sotto nessuna ragione – differentemente gli ucraini lottano per una guerra di liberazione contro un invasore, la libertà contro l’oppressione. Non bastasse, mentre Kiev riceve armi tecnologiche che amplificano il coraggio nella resistenza degli invasi, Mosca è a corto di rinforzi, tagliati ulteriormente dalle ultime avanzate ucraine – come quella su Kupyansk. Se a questo si aggiungono i dissapori con le minoranze etniche – in particolar modo i ceceni, che tanto hanno dato alla guerra – il guaio rischia di farsi serio (anche perché furono proprio crisi interne di quel genere a causare gli incontrollabili smottamenti nel 1917 e 1989).

Nelle ultime 48 ore diverse parti del fronte russo sono franate con una velocità quasi inaspettata. Mentre l’efficacia della controffensiva, da tempo annunciata, non è stata troppo inattesa, è infatti la tempistica con cui sono arrivati i successi che sorprende. In molti casi i russi sono fuggiti (abbandonando tra l’altro equipaggiamento). Alcuni blogger militari pro-Cremlino hanno manifestato pubblicamente dissenso mentre Mosca negava le avanzate ucraine quando invece queste erano ormai palesi. Alla fine lo stesso ministero della Difesa di Mosca ha dovuto abbandonare la propaganda e ha ammesso di aver ordinato delle ritirate (tattiche, secondo i militari russi che devono spingere la narrazione della “operazione militare speciale” di successo).

Sabato i soldati ucraini hanno preso Izyum, città nella zona di Kharkiv che l’esercito russo aveva occupato in primavera e che è particolarmente importante perché perno delle attività logistiche nell’area. Lo stesso era successo qualche ora prima a Kupyansk, poco più di cento chilometri a nord, snodo ferroviario del Donbas.

Izyum è simbolica. I russi avevano voluto conquistarla perché la ritenevano indispensabile per la campagna nel Donbas – che già è un ripiegamento dell’offensiva, visti gli insuccessi a Kiev, nelle aree centrali, e l’inaccessibilità della porzione occidentale del Paese. Izyum era stata martellata per settimane, messa sotto assedio e sotto bombardamenti intensi che avevano colpito i civili e spinto un’ampia fetta dei 40 mila cittadini a lasciare le proprie case. A fine marzo era diventata russa, poi in estate gli ucraini avevano allentato ulteriormente il fronte, arretrando in una fase di riorganizzazione tattica per poi lanciare il contrattacco (anche grazie alle nuove armi occidentali).

Nel frattempo, Kiev aveva rinvigorito il fronte meridionale. Diversi attacchi – soprattutto sfruttando le nuove capacità di colpire oltre le linee nemiche – avevano interessato Kherson, la prima e forse più importante città conquistata dai russi in tutta la campagna. Kherson si trova alle porte della penisola crimeana, nel sud, ed è un altro fulcro dell’offensiva russa. Mosca vi aveva mosso delle difese dall’est, e questo potrebbe avrebbe prodotto quello che secondo un’analisi del New York Times avrebbe creato il “momentum” per la controffensiva nel nord. Tuttavia Kiev sembra interessata per ora a tenere aperti due fronti, a nordest e a sud, e questo complica la capacità russa di risposta.

Tra luglio e agosto, l’infrastruttura per la raccolta e l’analisi dei dati dell’intelligence in Ucraina è stata notevolmente modificata attraverso lo scambio di informazioni tra Kiev e forse Nato (su tutti gli Stati Uniti). I successi ucraini potrebbero anche essere legati al miglioramento delle capacità di azione, sia per maggiori dati di intelligence sia come risultati di addestramento e organizzazione ricevuti dalle forze armate di Kiev tramite reparti occidentali.

Gli attacchi in profondità hanno colpito le linee logistiche di intercomunicazione all’interno del fronte del Cremlino e dunque di rifornimento. Ora resta da capire – e saranno le successive settimane, e il campo a dirlo – quanto gli ucraini potranno tenere viva la campagna di riconquista. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, sabato ha annunciato la riconquista di almeno 2mila chilometri quadrati di territorio – un dato non verificabile vista per altro la fluidità della situazione.

Quello che è sicuro: le forze russe si stanno ritirando attraverso il confine con la Russia a ovest del fiume Oskol, nord-est/sud-ovest e stanno segnando il fronte. È probabile che i generali del Cremlino siano cerando di stabilizzare la linea di combattimento ponendo il fiume come protezione da altre avanzate ucraine — anche se Kiev sta cercando di tagliare le linee anche sull’Oskol e intende impedire che dalla regione russa di Belgorod fluiscano i rinforzi agli invasori.

La velocità della controffensiva ucraina dimostra le difficoltà russe

La serie di riconquiste messe in fila dall’Ucraina porta in superficie i dissapori interni al fronte russo. Kiev spinge la controffensiva, grazie all’ardore ucraino contro gli invasori e alle armi e all’organizzazione fornita dalle forze occidentali. Mosca arretra tatticamente per contrattaccare

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