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Mario Draghi non lascia e anzi raddoppia. Alla viglia del mercoledì decisivo per la stabilità del governo e del Paese, l’analisi delle varie posizioni dei leader e delle forze politiche, nonché dei contesti internazionale e nazionale, lascia intravedere – secondo le previsioni più ottimistiche – la conferma del premier a Palazzo Chigi.

Draghi ha pronto un intervento essenziale che riepiloga le riforme da fare e i nodi da sciogliere per portare a termine il Pnrr e mettere in sicurezza l’Italia. Più che alle forze politiche il presidente del Consiglio parlerà al Paese e ai cittadini. Ai quali dovranno rendere conto i partiti: nella primavera prossima, dopo aver approvato la finanziaria, incardinata la ristrutturazione del mostruoso debito pubblico, atteso l’esito della tragica invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin e confermato il rilancio economico e politico del ruolo internazionale dell’Italia, oppure nell’ottobre di quest’anno. Mese nel quale ricorre il centenario della marcia fascista su Roma, di mussoliniana memoria.

Dopo la valanga di richieste di primissimo piano da parte di tutte le capitali occidentali e degli appelli nazionali, non soltanto dei mille e più sindaci, ma anche delle molteplici manifestazioni spontanee di cittadini in varie città, manifestazioni davvero inedite mai svoltesi nell’Italia repubblicana per un presidente del Consiglio, il premier secondo gli ambienti istituzionali, si appresta a raccogliere anche una ampia fiducia da parte del Parlamento.

Una fiducia che costituzionalmente, prima ancora degli equilibri politici, gli consentirà di concludere la legislatura a Palazzo Chigi. Impossibile a questo punto sfilarsi e reiterare le dimissioni per la strumentale e provocatoria posizione di quel che resta dei 5 Stelle. Quel che resta, appunto, perché le tigri di carta velina degli ultimatum di Giuseppe Conte hanno avuto l’effetto di altrettanti autogol che hanno frammentato i reduci del Movimento, fondato e fatto lievitare sui “vaffa” dell’antipolitica da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Un mix di gruppi di base e opinione pubblica reclutata e guidata attraverso i social, che ha sfiorato la maggioranza parlamentare, ma che non ha retto all’impatto con le responsabilità di governo e dell’ammirazione pubblica per il dilettantismo dei neo deputati e senatori, spesso alle prese con la sindrome degli apprendisti stregoni.

L’harakiri politicamente masochistico di Conte, oltre a rischiare di far sprofondare l’Italia in una gravissima crisi di sistema, ha determinato l’implosione dei grillini, già squassati dalla scissione degli oltre 60 parlamentari che hanno seguito il ministro degli Esteri ed ex capo politico dei 5 Stelle Luigi Di Maio.

Ad un certo punto, di riunione in riunione, il Movimento si è per così dire “inCrippato”, cioè si è avviluppato attorno al razionalismo della salvaguardia del Paese espresso dal capo gruppo alla Camera Davide Crippa che sarebbe sul punto di uscire dal Movimento con un seguito di una trentina e più fra deputati e senatori per votare la fiducia a Draghi. Una nuova scissione che marginalizzerebbe ulteriormente i 5 Stelle.

Oltre che sull’impressionante mole, qualitativa e quantitativa, di consensi universalmente riscossi da Mario Draghi, l’analisi degli ambienti istituzionali si basa sulla regola politica dei vasi comunicanti: l’ampiezza del consenso del Paese e delle capitali estere, nonché della nuova fiducia parlamentare manifestata a Draghi è liquidamente direttamente proporzionale alla disintegrazione del Movimento 5 Stelle, sfaldatosi nel corso di estenuanti riunioni che si sono trasformate in recriminatorie sedute di autoanalisi. Stretto da tutti i lati, non è escluso che Conte possa decidere di non decidere e optare per l’astensione o l’appoggio esterno. In questo caso l’autoproclamato avvocato del popolo e la residua ala oltranzista del Movimento registrerebbero un singolare record nella pur variegata e tumultuosa storia della politica italiana: non sarebbero né al governo né all’opposizione. Un unicum pirandelliano.

Sul fronte del centrodestra di lotta e di governo, nonostante la pretattica dei vertici e dei proclami mediatici “siam pronti a votare… l’Italia chiamò”, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sono consapevoli che dai sindaci ai presidenti delle regioni, dai ministri ai sottosegretari, ai dirigenti locali, la base e i vertici dei rispettivi partiti sono nettamente contrari alle elezioni anticipate. Inoltre la scissione bis, di fatto o effettiva, dei 5 Stelle toglie alla Lega e a Forza Italia, latitudine Berlusconi Ronzulli, ben distinta dall’ala ministeriale Brunetta-Carfagna-Gelmini, l’alibi dell’inaffidabilità dei grillini dato che praticamente si sono dissolti.

Resta da vedere quanto il Nazareno sarà in grado di raccogliere dell’implicita Opa politica che il Pd sta lanciando verso gli eletti e gli elettori del fu Movimento, che dall’onda lunga dei “vaffa” è naufragato sulle pochette bizantine di Giuseppe Conte.

Il moto perpetuo del sistema politico potrebbe dunque configurare una nuova eclissi dei 5 Stelle. Una eclissi temporanea e senza conseguenze per il governo, come quella verificatasi la settimana scorsa al Senato e che in definitiva, con la decisa presa di posizione di Draghi, ha rafforzato l’esecutivo e in attesa del risveglio autunnale di Salvini ha per il momento svelenito la maggioranza.

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