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Dalle buone intenzioni ai fatti. È la prova di maturità che attende il centrodestra di fronte alla sfida più difficile: la stesura di un programma comune. Perché se sulle candidature nei collegi e la premiership una quadra, almeno iniziale, sembra essere stata trovata tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, una roadmap unitaria ancora manca. Ferdinando Adornato, intellettuale e saggista, cinque legislature alla Camera, ha un’idea dello sforzo che serve. Per anni ha coltivato, con qualche successo, l’idea di una destra italiana unita non solo in Parlamento ma anche nelle idee. E ha più di un consiglio non richiesto per gli sherpa e i leader affannati dalle trattative.

Da dove si parte per un programma comune?

È un po’ tardi per pensarci. Bisogna evitare a tutti i costi – e dubito sia facile a questo punto – di assemblare le bandierine identitarie di ciascuno. È una ricetta ottima per un minestrone, non per un governo. Mischiare tutto, dal federalismo al presidenzialismo, non li porterà lontano.

Dalle pensioni alle alleanze internazionali, ci sono tanti punti di frizione. Come se ne esce?

Con il coraggio di ricominciare da capo e di guardare al Paese più che ai propri arroccamenti identitari. Non è la strada più facile ma è la strada giusta.

In concreto, come si procede? Tre anni fa la Lega di Salvini per trovare l’intesa con i Cinque Stelle optò per il contratto di governo. Non è andata benissimo…

Ovviamente. Il contratto è un “vorrei ma non posso”, la quintessenza dell’assemblamento di bandierine di cui parlavo. Partirei piuttosto da una premessa, giustamente ricordata da Giorgia Meloni: non fare promesse irrealizzabili.

In queste ore si parla di una “clausola Ucraina” da inserire nel programma, per ufficializzare il sostegno al Paese invaso dalla Russia e ribadire la postura atlantista.

È la cosa più importante. In un momento storico che può decidere il mondo di domani qualsiasi debolezza o timidezza toglierebbe all’Italia il ruolo da protagonista della politica europea e mondiale. Deve essere il primo punto di qualsiasi programma.

Eppure sulla guerra russa non tutta la coalizione la pensa allo stesso modo…

Un errore. Sui fondamentali c’è poco da discutere: Putin ha iniziato questa guerra, solo lui può farla finire. La resistenza ucraina è una resistenza europea, dubbi e stanchezza vanno scacciati dalle opinioni pubbliche.

Il nodo identitario però resta. C’è chi dice che il “centro” sia sparito da questo centrodestra. È d’accordo?

A dir la verità, non vedo nulla di liberale o centrista in nessuna coalizione. Nel centrodestra fa più impressione perché è nato con l’imprinting liberale di Berlusconi, abbandonato in fretta dalla stessa Forza Italia. In generale, la fotografia non è brillante.

È un quadro grigio…

Vede, questo centrodestra si regge su una sola novità: Giorgia Meloni. Gli altri sono corridori affaticati, lei è una Marcell Jacobs donna che ha stupito tutti con il suo scatto ma deve ancora dimostrare di saper tagliare il traguardo.

Tra le accuse mosse alla Meloni, torna l’ombra delle simpatie nere di una parte della destra che la vota. La leader di Fdi deve prendere di petto il problema?

La Meloni deve passare ancora molti esami. Ma questa polemica della sinistra su una destra pericolosa è stucchevole e al limite della realtà. Viene da chiedersi quale destra non sia ritenuta pericolosa dalla sinistra. Berlusconi e Salvini? Un pericolo pubblico. Perfino Thatcher e Reagan verrebbero scartati. Forse salverebbero Merkel e Kohl, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Così concepito, il bipolarismo diventa una guerra civile ideologica.

Quale esame deve passare allora Meloni?

Un esempio? Quando nel programma del partito leggo che per Fdi viene prima l’Italia e poi l’Europa vedo un errore di grammatica. Bisogna dire chiaramente che il destino dell’Italia e il destino dell’Europa sono la stessa cosa.

Cosa pensa della riforma presidenzialista?

Ho simpatia per l’iniziativa, che assuma la forma di un semipresidenzialismo alla francese o la vecchia idea del sindaco d’Italia. Per l’Italia è indispensabile. Le repubbliche parlamentari si reggono finché i partiti sono forti. Oggi che i partiti di massa hanno lasciato il posto a cartelli elettorali quella forza è venuta meno. Però mi sento di dare un consiglio alla presidente di Fdi.

Quale?

Non riduca il presidenzialismo ad ennesima bandierina elettorale. Se lo agita come vessillo prima del voto rischia di incappare nello stesso errore di tante riforme costituzionali del passato, bocciate solo perché il proponente non era gradito. Deve convincere il Paese, compresa la sinistra.

Cos’altro metterebbe in cima al programma?

L’istruzione: serve un team nazionale di grande livello. Poi una politica ecologica produttiva. Finora l’ecologismo è stato agitato contro il capitalismo e invece si può e si deve immaginare una riforma degli assetti produttivi del Paese in chiave ecologica.

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