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L’ultima indagine trimestrale Acea sul mercato delle autovetture, per tipologia di alimentazione, e relativa all’area Ue (esclusa Malta), allargata all’Efta e al Regno Unito ci dice che il mercato dell’auto continua a soffrire.  Nel semestre gennaio-giugno 2022, si sono raggiunte circa 5,6 milioni di nuove immatricolazioni, il 13,7% in meno rispetto allo stesso periodo del 2021. Le auto a benzina sono calate del 22,1%, così come quelle a diesel (-32,1%). Solo l’elettrico, con un 5,3% di crescita, va in controtendenza. I dati confermano quanto avevamo detto, ovvero che la mobilità va nella direzione della sostenibilità. Gli incentivi, non c’è dubbio, aiutano. Ma la proiezione è quella. Il tema del futuro dell’auto resta quindi caldo, e merita un approfondimento, soprattutto alla luce delle recenti evoluzioni politiche in Italia.

Sul fronte economico, va chiarito il discorso lavoro, così come quello della produzione.

Il Monitor sul Lavoro (Mol) di Federmeccanica e Umana dice che sette operai su dieci utilizzano tecnologie avanzate nelle loro competenze in stabilimento. La figura della tuta blu è sempre più prossima a quella di un ingegnere operativo. Questo nell’ambito dell’automotive cosa vuol dire? Abbiamo le strutture di formazione adeguate, atenei e Its, affinché il nostro mercato del lavoro resti competitivo con quello degli altri Paesi Ue? La stessa indagine spiega che la mobilità richiede, agli addetti ai lavori, skill relative allo sviluppo di software, per la loro integrazione all’interno del veicolo, alla functional safety e alla cyber security. Volendo restare in linea di produzione, anche qui la robotizzazione è protagonista. Quindi la padronanza digitale deve sapersi integrare con le conoscenze meccaniche. Alla faccia dell’operaio! Fossi un imprenditore, mi preoccuperei molto di più di trovare figure che corrispondano a questi profili, piuttosto che della transizione ecologica.

Domande in sospeso anche per la produzione. Un motopropulsore a combustione è costituito da circa 12mila componenti. Per quello elettrico ne servono poche centinaia. A questo si aggiunge la necessità di ricorrere a nuovi materiali, per alleggerire il veicolo nell’ottica del risparmio energetico e poi perché alcune parti non serve più farle così massicce. Finora l’industria italiana è stata un’eccellenza italiana nella componentistica. Le imprese di fonderia sono fornitori di primo piano per tutta la filiera. Non solo in Europa e non solo come qualità del prodotto. Lo dimostra il loro impegno nella sostenibilità, per esempio: un benchmark consolidato. La rivoluzione della mobilità, che chiama in causa la conformazione del prodotto, richiede sì un cambio di passo all’interno delle fabbriche, ma non necessariamente una rinuncia al nostro primato tecnologico. Ovvero, e qui si torna a un discorso di capitale umano, nell’auto elettrica la nostra capacità di progettazione e design può tornare ancora importante. Si dice che i nostri partner europei, Germania per prima, si stiano adoperando per rendersi autonomi e così tagliarci fuori. Se fosse vero non sarebbe di vantaggio a nessuno. Né a noi né a loro.

Bene, tutto questo come può diventare argomento di campagna elettorale? Proviamo a dare risposte controintuitive:

  1. Linea del centrodestra: Possiamo evitare che l’EV-car diventi uno spauracchio da contrastare senza se e senza, spacciandolo come un’imposizione della cattiva e burocrate Europa che ci vuole sul lastrico. È il mercato a chiederlo, abbiamo tutte le carte in regola per reagire;
  2. Linea del centrosinistra: Possiamo evitare che le direttive Ue vengano prese come oro colato, tali per cui le date – stop alla vendita di auto a combustione dal 2035 – vanno rispettate perché Bruxelles è infallibile. L’Unione europea nasce dal confronto e dal raggiungimento di un compromesso tra le parti. Non è di vantaggio a nessuno che un Paese tiri la volata su un dossier determinante per la sopravvivenza dell’industria europea sul mercato globale. Un accordo va trovato sui tempi, da dilazionare il meno possibile, ma ancor più sulla valorizzazione delle competenze tecniche di ciascuno dei Paesi, che vanno messe a fattor comune;
  3. Linea eco-populista: Possiamo evitare di abbandonarci a velleità green e alla bonus economy. Non saranno i monopattini e le piste ciclabili la spina dorsale della mobilità futura. Esaltare queste iniziative, quando sul territorio nazionale, in città e fuori, le infrastrutture e i servizi di trasporto sono fermi agli anni Ottanta del secolo scorso, significa non rendersi conto del problema reale.

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