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L’impero del petrolio russo accusa le spallate di Donald Trump. Lukoil, secondo produttore di petrolio della Russia, sarebbe infatti intenzionato a vendere le proprie attività internazionali, a pochi giorni di distanza dall’imposizione del regime sanzionatorio nei confronti della società russa e delle sue controllate.

In un comunicato diffuso lunedì, Lukoil ha spiegato di aver avviato la valutazione delle offerte dei potenziali acquirenti “a seguito dell’introduzione di misure restrittive da parte di alcuni Stati”. Il riferimento ovvio è al pacchetto di sanzioni promosso da Trump la scorsa settimana definito dallo stesso leader americano come un insieme di “sanzioni tremende” dirette non solo contro Lukoil ma anche contro Rosneft, che sono i due protagonisti del settore petrolifero russo. L’obiettivo dichiarato è ridurre il cosiddetto “fondo di guerra” del Cremlino e sostenere l’offensiva diplomatica statunitense per porre fine al conflitto. Poche settimane prima di Washington anche Londra aveva imposto sanzioni paragonabili contro i due giganti energetici russi.

Sebbene sia improbabile che l’attuale livello di pressione economica induca Mosca a cambiare posizione sulla guerra, la decisione del gruppo russo suggerisce che le misure occidentali stanno già producendo effetti tangibili. L’operazione di dismissione avverrebbe nel quadro di una licenza temporanea (“wind-down license”) concessa dall’Ufficio per il controllo dei beni esteri del Tesoro statunitense (Ofac), che consente alla società di completare le transazioni di vendita prima che le restrizioni diventino pienamente operative. Lukoil ha precisato di essere pronta a chiedere una proroga della licenza “per garantire il funzionamento ininterrotto dei propri asset internazionali”.

Il gruppo dispone di attività rilevanti in Europa, Azerbaigian, Kazakistan, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Nigeria, ed è presente anche in Uzbekistan, Camerun e Ghana, consolidando la sua posizione di compagnia russa con la maggiore diversificazione geografica all’estero. In Europa possiede due raffinerie di proprietà in Bulgaria e Romania, una partecipazione del 45% in una terza nei Paesi Bassi, oltre a infrastrutture di stoccaggio e reti di distribuzione di carburante in diversi Paesi dell’Europa sud-orientale, tra cui Croazia, Serbia, Montenegro e Macedonia del Nord. Complessivamente, Lukoil controlla una rete di circa 5.300 stazioni di servizio in 19 Paesi, a riprova della sua importanza strategica nel settore energetico russo.

Importanza che è comunque calata negli ultimi anni, soprattutto nel Vecchio Continente. Secondo le stime della società di intermediazione Bcs di Mosca, le attività europee di Lukoil rappresentano oggi circa il 5% degli utili prima di interessi, imposte, deprezzamento e ammortamento (Ebitda) del gruppo, in netto calo rispetto all’11% registrato prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina.

La decisione di Lukoil riflette la difficoltà crescente per le compagnie energetiche russe di mantenere un profilo operativo internazionale sotto il peso delle sanzioni occidentali. La dismissione delle attività estere potrebbe rappresentare non solo un danno economico, ma anche un ridimensionamento strutturale dell’influenza energetica russa nel mondo.

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