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Janet Yellen lo aveva detto giusto poche settimane fa, quando ancora l’inflazione americana non era balzata all’8,6%. “Penso di aver sbagliato allora sul percorso che l’inflazione avrebbe preso”. Il segretario al Tesoro americano, un passato al vertice di quella Fed che proprio in queste ore veleggia verso un aumento dei tassi di 75 punti base, dichiarando guerra al costo della vita, ha fatto quello che molti politici si rifiutano di fare, cioè ammettere l’errore e provare a correggere il tiro quando si è ancora in tempo.

Da una parte l’economia americana è stata inondata di sussidi imposti dalla crisi pandemica, dall’altra sono arrivate le strozzature figlie dei lockdown cinesi e della guerra in Ucraina. Il risultato è stato un corto circuito domanda-offerta apparentemente micidiale. Poi, se si aggiunge la piena occupazione, la ripresa dei redditi e una certa aspettativa sul futuro, la bomba esplode. E così è stato (qui l’intervista all’ex ministro della Finanze, Vincenzo Visco).

Il mea culpa della Yellen ha ispirato un’analisi del Wall Street Journal, quotidiano spesso critico con le scelte di politica economica dell’amministrazione Biden, che passa in rassegna cosa è andato storto negli ultimi due anni. L’incipit è fin troppo chiaro: “nelle ultime settimane, gli alti funzionari dell’amministrazione Biden e della Federal Reserve hanno ammesso pubblicamente di aver commesso degli errori nella gestione dell’inflazione. Alla base di questi errori c’era una lettura errata dell’economia”.

Ovvero? “I consiglieri del presidente Biden e i funzionari della Fed temevano che la pandemia e le relative restrizioni avrebbero portato a conseguenze simili a quelle della crisi finanziaria del 2007-2009: domanda debole, crescita lenta, lunghi periodi di alta disoccupazione e inflazione troppo bassa. La Fed ha ridistribuito le politiche di bassi tassi di interesse che riteneva efficaci e generalmente benevole e ha promesso di non ritirarsi prematuramente. Inoltre, si è deciso di spendere in modo più aggressivo, finendo con lo stimolo da 1.900 miliardi di dollari voluto dal presidente Biden”.

Tutto questo ha avuto delle conseguenze, se non altro perché “la pandemia economica si è rivelata fondamentalmente diversa. Mentre la crisi finanziaria ha intaccato principalmente la domanda di imprese e consumatori, la pandemia ha ridotto l’offerta, provocando una persistente carenza di materie prime, navi container, lavoratori, chip per computer e altro ancora. La disoccupazione è scesa e l’inflazione è rimbalzata più rapidamente di quanto si aspettassero i responsabili politici, che tuttavia sono rimasti fedeli al vecchio manuale. Questo ha esacerbato gli squilibri tra domanda e offerta e ha contribuito a far salire l’inflazione, che a maggio ha raggiunto l’8,6%, il valore più alto degli ultimi 40 anni”.

Anche gli esperti del Congresso non sono riusciti a prevedere l’entità e la durata dell’aumento dell’inflazione. “C’è stata anche la sfortuna. Le nuove varianti di Covid, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le chiusure della Cina legate a Covid hanno peggiorato la situazione. E l’inflazione elevata non è solo il risultato degli errori politici degli Stati Uniti: secondo le proiezioni di J.P. Morgan, alla fine dell’anno l’inflazione sarà del 7,2% in Germania, dell’8,8% in Gran Bretagna, del 6,1% in Canada e del 6,8% negli Stati Uniti”.

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