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Isteresi. I fisici chiamano così il fenomeno per cui un corpo, sottoposto a una pressione, mantiene una deformazione anche quando la tensione si allenta o termina.

Il contrario dell’ “antifragilità” evocata da Nassim Taleb: «È antifragile quell’organizzazione che evolve e cresce dopo ogni crisi». Per analogia, molti analisti hanno prospettato il rischio di una “isteresi sociale e politica” alla fine della pandemia: si sono giustamente mostrati preoccupati per l’impiego disinvolto della narrativa bellica da parte dei governi per descrivere l’emergenza.

«Siamo in guerra contro un nemico invisibile», hanno detto due leader di temperamento e visione opposti come Donald Trump ed Emmanuel Macron. La questione non è meramente linguistica. Di fronte al rapido estendersi dei contagi, i vari esecutivi del mondo hanno adottato misure proprie di una situazione di conflitto: dalla chiusura allo schieramento dell’esercito.

Va detto che la pandemia ha avuto uno strano effetto politico, perché è arrivata in un momento di infatuazione collettiva verso il populismo-sovranismo, considerato più efficace nella risoluzione dei problemi. Ma proprio l’inefficacia dell’approccio dei politici di questa estrazione – in particolare Trump, ma anche Bolsonaro e in
qualche modo Johnson – li ha condotti a una battuta d’arresto e – come per esempio è accaduto in Italia (considerata in questo senso una sorta di laboratorio) – alla loro sostituzione con governi di unità nazionale o di matrice tecnocratica.

Una sterilizzazione a cui, paradossalmente, la sfida putiniana potrebbe mettere fine. Facciamo nostre le valutazioni dell’analista strategico Francesco Marradi: «Il corpo principale dell’azione occidentale è giungere all’isolamento della Russia su tutti i piani delle relazioni internazionali, prima di tutto quelle commerciali e finanziarie. E se ciò invece fosse proprio l’obiettivo di Putin?» .

Il già capo del Fsb (il Servizio Federale di Sicurezza russo) è cintura nera di judo – arte marziale in cui “tu mi spingi, allora io ti tiro; tu mi tiri, allora io ti spingo” – Anatolij Rakhlin, suo insegnante sul tatami, ne ha così descritto lo stile: «Era molto bravo nel cambio di presa. Era difficile indovinare dove ti avrebbe scaraventato. Le sue mosse preferite erano la spazzata del piede e la proiezione sulla spalla».

La copertina del libro

Vediamo se lo scenario che stiamo ipotizzando può essere plausibile. Come sempre, il “fattore tempo” (per dirla con Nolan, siamo in una «Guerra globale temporale») è fondamentale. E qui è rappresentato dalla velocità di reazione dei mercati finanziari e di adattamento delle supply chain globali. Certamente, il primo effetto visibile delle sanzioni occidentali è l’esaurimento di ogni flusso commerciale e finanziario tra la Russia e l’Occidente. Sappiamo che gli Usa sono pronti anche a sanzionare tutti gli Stati che non si adeguino prontamente. Cina e India (ovvero un terzo della popolazione del pianeta) non sembrano al momento disponibili, pur essendo consapevoli del rischio che corrono. In Africa, poi, Cina e Russia sono per ora ben posizionate.

Le petromonarchie arabe, per definizione, non si schierano, specialmente contro chi assieme a loro controlla il mercato petrolifero. La Turchia continuerà a tenere tutti i piedi in tutte le staffe disponibili. L’effetto finale sarà la creazione di un circuito alternativo a Swift, la creazione di un’area finanziaria gravitante su Pechino, una clusterizzazione con ulteriore spostamento a est delle supply chain, senza dimenticare che il 51% della popolazione mondiale vive in un raggio di 4.000 km da Bangkok.

Dobbiamo quindi mettere sul tavolo l’ipotesi che le sanzioni creino una situazione rovesciata, ovvero che sia l’Occidente a isolarsi dal resto del mondo. Una volta stabilizzata la situazione dei flussi commerciali con la neoclusterizzazione (ci vorrà qualche mese, e vediamo che in Ucraina si stanno scavando le trincee), i mercati finanziari reagiranno. Ma soprattutto si innescherà la vera guerra nucleare: quella monetaria. Una volta disconnessi (più o meno totalmente) dal circuito occidentale e dotati di autonomia di circolazione di capitali e di mercato, Russia e, soprattutto, Cina inizieranno a convertire i dollari detenuti in oro.

La Cina alimenterà ulteriormente questo processo, in misura, ritengo, relativamente graduale, rilasciando le quote del debito Usa che ha in pancia (una quantità molto significativa); titoli di debito che non sarebbero rinnovati. La massa di Usd rilasciata nel circuito finanziario non troverebbe più la globalizzazione disposta ad assorbirla, e quindi si riverserebbe all’interno delle economie di Usa, alleati e associati.

La conseguenza è semplice: inflazione a due cifre sostenuta; economia di cluster in ginocchio all’istante. I mercati finanziari reagirebbero anche in anticipo rispetto a questo scenario. Come suggerisce Giuseppe Gagliano (in Guerra economica e intelligence) questo tipo di conflitto ha in comune con la guerra nucleare proprio il fatto che il fallout radioattivo ricade addosso anche a chi la lancia e che la resilienza, la capacità di adattamento e il controllo del conflitto sociale sono fondamentali per reggere a questo blow-back, a questo ritorno di fiamma.

In questo senso Putin punterebbe a far esplodere almeno quattro contraddizioni con cui dovremmo fare i conti e che potrebbero portare alla crescita del consenso verso le forze sovraniste, antieuropeiste e – a parte Fdi – (cripto) filoputiniane.

1) La crisi migratoria in atto ci pone alcuni problemi: perché gli ucraini sì e gli afghani e i siriani no? E per quanto tempo sì agli ucraini? Quando cominceranno a farsi risentire le formazioni anti-migranti?

2) Quanto impatterà l’aumento delle spese militari sul deficit e sulla contrazione del welfare, soprattutto in un contesto postpandemico? Va ricordato che il settore tecnologico, sotteso a quello bellico, funge certamente da acceleratore dell’innovazione ma che il moltiplicatore keynesiano di questi investimenti si è praticamente asciugato, data la sua verticalizzazione, rispetto alle vecchie guerre industriali.

3) La doppia crisi energetica e ambientale genererà un poderoso impatto sulla transizione ecologica. Le soluzioni prospettate non riusciranno a determinare – in tempi ragionevoli – né una vera indipendenza, né un sostanziale calmieramento dei prezzi, poiché l’aliquota del gas americano, al netto dei costi e dei tempi di realizzazione delle necessarie infrastrutture, rappresenterà solo una parziale alternativa. Le cifre date da Biden possono far fronte, a prezzi sostanzialmente più elevati, solo a una frazione dell’attuale fabbisogno europeo coperto dagli approvvigionamenti russi. Scongelare la posizione del Venezuela e quella ancor più problematica dell’Iran non sarà indolore, e sono da monitorare le tensioni crescenti in Algeria, Libia e Azerbaigian. Tra l’altro, non solo rischiano di essere tutti dalla stessa parte i Brics, ma anche tutti i produttori di fonti fossili di energia (si riproporrebbe più o meno lo schieramento della Cop24).

4) La guerra potrebbe portare a una crisi alimentare con riverberi in tutti i Paesi dell’Africa; crisi che si congiungerebbe con quella migratoria evocata nel punto 1.

 

Estratto dal libro “Fronte dell’Est – Passato e presente di un destino geografico” (Castelvecchi)

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