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Più tempo e non certo solo per il Monte dei Paschi di Siena. Ancora una volta il ministro dell’Economia, Daniele Franco, torna a dettare la linea sul futuro della banca più antica del mondo, nazionalizzata nel 2017 previo assegno da 5,4 miliardi di euro e di cui oggi il Tesoro è azionista al 64%. E lo fa in un ‘audizione alla Camera, giunta a poche settimane dalla zampata francese del Crèdit Agricole, salita nel giro di una notte (7 aprile), al 9,2% del Banco Bpm.

L’obiettivo è sempre quello, capire quando la mano pubblica mollerà la presa e Via XX Settembre uscirà dal capitale. Un disimpegno che sarebbe già dovuto arrivare lo scorso novembre, quando per un soffio sfumarono le nozze con Unicredit. Ora però, complice la guerra in Ucraina, tutto si è fermato. O quasi, visto che la missione dell’esecutivo non cambia nella sostanza, semmai cambiano i tempi.

E dunque, lo Stato uscirà sì da Siena, ma solo dopo il nuovo aumento di capitale, da realizzarsi entro fine anno. L’importante è non svendere, è il messaggio di fondo del governo. “Sulla partecipazione pubblica nel Monte, pari al 64,2% del capitale, dopo il venir meno delle trattative con Unicredit per un’integrazione, è stata avviata un’interlocuzione con la Commissione europea per concordare un nuovo termine sulla cessione. La precedente era dicembre 2021, l’obiettivo del Mef è conseguire una congrua dilazione, per effettuare la dismissione partecipazione con tempi adeguati in modo da poter valutare attentamente tutte le opzioni e scegliere un’opzione adeguata per il futuro della banca”, ha spiegato Franco. Insomma, calma e niente strappi.

“Noi siamo aperti a qualsiasi ipotesi da parte di operatori interessati ad effettuare un acquisto: valuteremo con estrema attenzione e cautela, nei tempi dovuti, ogni possibile offerta, avendo a mente, lo ripeto, la tutela del personale, del marchio, del rapporto con il territorio”. Cessione che, ha ribadito Franco, “verrà concordata nell’ambito di una nuova scadenza, che auspichiamo ci dia ampi margini. Ci muoviamo su quella linea con temi che assicurino una valutazione approfondita e che assicurino che le retroazioni sull’economia reale del nostro paese siano obiettive”.

Una cosa è certa, al Tesoro sono ben vigili su possibili imboscate di qualche predatore straniero, a cominciare dal Crèdit Agricole. Sull’ipotesi di una eventuale offerta da parte di una banca straniera su Mps, “dal nostro punto di vista è importante il bilanciamento sul dare e avere: stranieri in Italia ma anche italiani all’estero. Di per sé il fatto di avere una pluralità di soggetti, compresi stranieri credo possa essere positivo, se questo aumenta l’offerta di servizi, l’importante è che il paese mantenga centri decisionali importanti e che le nostre aziende siano presenti simmetricamente all’estero”.

E lo stesso approccio vale anche per un’altra banca salvata dallo Stato, per mezzo di quel Mediocredito centrale a cui dovrebbero andare, nei piani del Tesoro, le filiali del Sud di Mps. “Sulla Banca Popolare di Bari non vi è una scadenza per la cessione della quota controllata dallo Stato, vi è un percorso di ritorno a condizioni di redditività, chiuso il quale, ove vi fossero offerte, anche questa andranno valutate con gli stessi criteri: al momento non mi sembrano esservi queste ipotesi di acquisto”.

Su Mps il Tesoro riscrive la tabella di marcia

Il ministro dell’Economia Daniele Franco interviene in audizione e detta la linea su Mps e Popolare di Bari. Niente strappi o sterzate, il passo indietro del Tesoro arriverà ma al momento più opportuno, anche grazie alle nuove scadenze concordate con l’Europa. I francesi? Nessuna preclusione, purché l’Italia non sia solo preda

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