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Non è una novità, ma se lo dice il direttore della National Intelligence statunitense le sue parole hanno un’eco maggiore. Avril Haines, prima donna a ricoprire quell’incarico, ha spiegato che la maggiore minaccia terroristica per gli Stati Uniti non viene dall’Afghanistan bensì da Yemen, Siria, Iraq e Somalia: al Qaeda, Isis e al Shaabab sono il vero pericolo.

L’espansione del jihadismo è un fenomeno costante tornato agli onori delle cronache dopo la presa del potere dei talebani in Afghanistan. In un recente convegno della fondazione Farefuturo, il presidente del Copasir, Adolfo Urso, ha ricordato che solo in quel Paese sono presenti 18 gruppi terroristici, una cifra che parla da sola. Tutti gli esperti hanno spiegato l’aumento del rischio terrorismo in Occidente come conseguenza del nuovo potere afghano, ma il pericolo è già molto più vicino a noi. Con un eccesso di sintesi giornalistica, si potrebbe dire che i gruppi jihadisti presenti in Africa hanno detto ai talebani: bravi, ma noi siamo più cattivi.

I TERRORISTI “RESISTONO”

Aver resistito a vent’anni di presenza militare occidentale non è un’eccezione. In una recente analisi del Soufan Center si ricorda per esempio che Jnim (Jamaat Nusrat al Islam wal Muslim) combatte contro i francesi nel Sahel dal 2012 e che al Shabaab, affiliato ad al Qaeda, se la vede in Somalia dal 2007 con la missione dell’Unione africana e con l’esercito somalo. Il Sahel, area strategica per la sicurezza del Mediterraneo e dell’Europa, da tempo turba i sonni di Emmanuel Macron che fa pressione sugli eserciti dei Paesi di quell’area per intensificare la guerra a Jnim e a Isgs (lo Stato islamico nel Grande Sahara) perché vuole andarsene dopo nove anni di operazioni con parecchie decine di soldati francesi morti. Le operazioni però continuano e Macron ha annunciato l’uccisione del capo dell’Isgs, Adnan Abou Walid al Sahrawi, grazie ai militari e all’intelligence dell’operazione Barkane. Un successo che Macron ha dedicato alla memoria “degli eroi morti per la Francia nel Sahel nelle operazioni Serval e Barkane, alle famiglie in lutto, a tutti suoi feriti”. Il terrorista era considerato il responsabile della gran parte degli attentati nell’area tra Mali, Niger e Burkina Faso.

L’INDECISIONE EUROPEA

L’indecisione politica rischia di far perdere tempo e di aumentare i rischi perché finora l’Unione europea non ha avuto il coraggio di decidere come intervenire in quell’area e come aiutare quei Paesi, sia per il pericolo terrorismo che per i flussi migratori, mentre si estendono i territori sotto il controllo jihadista. L’Italia ha diversi impegni tra missioni nazionali, dell’Onu o dell’Ue, compresa la Task Force Takuba nell’ambito di una forza multinazionale a guida francese: unità di forze speciali per addestramento e assistenza alle forze del Mali, missione che il ministero della Difesa definisce prudentemente “in via di costituzione”.

BOOM DI AL QAEDA

Secondo stime di fonti diverse, al Qaeda è cresciuta molto dopo l’11 settembre e oggi conterebbe su 30mila o 40mila membri nelle varie affiliazioni dal Sahel all’Asia meridionale. Un report del Cesi, Centro studi internazionali, sui vent’anni dall’11 settembre spiega come al Qaeda prima della nascita dell’Isis e durante la competizione per il primato jihadista abbia saputo “bilanciare e fondere gli obiettivi internazionali dell’organizzazione con quelli locali dei tessuti sociali in cui si inseriva al fine di rafforzare e ampliare il consenso. Questa strategia di adattamento ai contesti locali ha dato nel lungo periodo i suoi frutti: al Qaeda è riuscita infatti a ricostituire una rete globale che trae la propria forza proprio dal radicamento sul territorio, cercando non tanto di controllare direttamente ampie zone come ha fatto lo Stato Islamico, ma proiettandosi in aree in cui lo Stato è assente o profondamente indebolito”. Un network che, per esempio, comprende Aqim (al Qaeda nel Maghreb islamico) nel Mali, al Shabaab in Somalia e Ansar al Sharia nello Yemen.

RECORD DI VITTIME

Il numero di attacchi terroristici e di vittime è superiore a quello del 2001 e le cifre sono impietose. Qualche giorno fa Le Monde ha scritto che dall’11 settembre le vittime del terrorismo islamista sono state 184mila, il 70 per cento delle quali negli ultimi 10 anni. Il “record” spetta all’Isis con 52mila morti, quindi i talebani con 45mila e Boko Haram con 23mila. Nel caso di Boko Haram, va precisato che oggi il pericolo maggiore è l’Iswap (lo Stato islamico nell’Africa occidentale), nato da una scissione di cinque anni fa e autore dell’omicidio del leader di Boko Haram, Abubakar Shekau. In quel report il Cesi insiste sul fatto che un approccio solo securitario non può eliminare un problema così complesso come il terrorismo e l’estremismo religioso e che la strategia securitaria impostata negli ultimi anni da alcuni Paesi mediorientali, con la connivenza degli Stati Uniti, ha peggiorato le cose.

OCCHIO A RUSSIA E CINA

In questo quadro, gli Stati Uniti non potranno sottovalutare l’Africa anche per evitare di lasciare ulteriore spazio a Russia e Cina. Qualche giorno fa l’agenzia Reuters ha scritto che la giunta militare del Mali starebbe concludendo un accordo con i russi del Gruppo Wagner, agenzia paramilitare molto vicina al Cremlino, sulla base di 10 milioni di dollari al mese in cambio di mille uomini che “assisterebbero” le forze armate maliane. Macron starebbe cercando di impedirlo e anche l’Italia dovrebbe porsi qualche domanda. Nel frattempo, i cinesi continuano tranquillamente a costruire porti e infrastrutture nell’Africa orientale.

Mutuando da Woody Allen (o più probabilmente da Eugène Ionesco), Joe Biden è debole, l’Unione europea brilla per assenza mentre i terroristi si sentono benissimo.

Afghanistan? È il terrorismo in Africa che deve preoccupare Ue e Usa

Tutti gli esperti hanno spiegato l’aumento del rischio terrorismo in Occidente come conseguenza del nuovo potere afghano, ma il pericolo è già molto più vicino a noi. Con un eccesso di sintesi giornalistica, si potrebbe dire che i gruppi jihadisti presenti in Africa hanno detto ai talebani: bravi, ma noi siamo più cattivi. L’approfondimento di Stefano Vespa

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