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L’Italia deve proseguire sulla strada degli investimenti per la Difesa. È unanime il consenso sulla necessità di tendere all’obiettivo del 2% del Pil annuo da destinare alle spese militari che emerge dal live talk, organizzato da Airpress, che ha visto partecipare i parlamentari di quasi tutti i principali partiti. “Questa sera si ritrovano i rappresentanti di più di tre quarti del Parlamento – ha commentato il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè, nel suo intervento – e c’è stato un intendimento comune sul riconoscere, con grande maturità, che bisogna proseguire nella strada degli investimenti alla Difesa; nessuno ha parlato di contrazione degli investimenti”. Insieme al sottosegretario sono, infatti, intervenuti anche il presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), Adolfo Urso, e i membri della commissione Difesa della Camera Roberto Paolo Ferrari, Alberto Pagani, Angelo Tofalo e Maria Tripodi.

Il live talk

Spunto della riflessione, l’annuncio del governo tedesco di innalzare il budget delle proprie Forze armate fino a raggiungere l’impegno preso dai Paesi europei al vertice Nato in Galles del 2014, sottoscritto anche dall’Italia. Storica anche la decisione dell’Unione europea di inviare sistemi d’arma in Ucraina, segnale di un vero e proprio cambio di passo nell’approccio del Vecchio continente al tema della Difesa. Sull’argomento è intervenuto lo stesso presidente del Consiglio, Mario Draghi, che al Senato ha lanciato l’appello affinché il nostro Paese investa nella Difesa “più di quanto abbia mai fatto”.

Una nuova cultura della Difesa

“Non ci diciamo più che con un F-35 si costruiscono cento asili, ma che con l’F-35 ne proteggiamo migliaia”, ha detto Mulè, segnalando come si sia diffusa una nuova consapevolezza sull’importanza che gli investimenti nel settore militare rappresentino non solo per la Difesa, ma anche per lo sviluppo del Paese: “Abbiamo la necessità di esprimere una forza militare all’avanguardia, che possa intervenire da protagonista, così da avere la capacità di influenzare processi di trasformazione geopolitica che ci riguardano sempre più da vicino”. Importante anche la maturazione di una cultura diffusa sulla Difesa che ne riconosca la necessità e l’importanza: “L’Italia lo deve fare, e il fatto che, questa sera, siamo tutti convenuti su questo punto, mi fa dire che questo Parlamento sia maturo per fare questo salto”.

Investire anche in Europa

Sicuramente, l’invasione russa dell’Ucraina ha imposto un’accelerazione al dibattito su questi temi, influenzando anche le decisioni di Berlino e Bruxelles. “L’Italia è consapevole di quale sia la posta in palio, dimostrata dalla resistenza ucraina che sta difendendo in tutti i modi la sua libertà”, ha voluto menzionare Adolfo Urso. Tra poche settimane, ricorda il presidente del Copasir, il comitato da lui presieduto consegnerà al Parlamento una relazione completa sulla difesa europea. “L’Italia deve prendere finalmente in considerazione di investire, il più in fretta possibile, il 2% del Pil nel proprio strumento militare, ma anche l’Ue deve rivedere il suo bilancio per la difesa”. Come sottolineato ancora da Urso, infatti, Bruxelles ha dimezzato le voci di bilancio destinate alla Difesa comune, tra cui la prevista Forza rapida di intervento europea di cinquemila unità. “Dobbiamo chiederci da subito come aumentare gli investimenti per la Difesa europea, così si potrà rafforzare anche la complessiva architettura di sicurezza dell’Alleanza Atlantica”.

La deterrenza quale fattore di stabilità

Del resto, il momento che il mondo sta attraversando è sicuramente epocale. “L’annuncio fatto dal cancelliere tedesco e le parole di ieri di Draghi, diventano anche per noi una svolta epocale, non più rimandabile”, ha detto Roberto Paolo Ferrari. “L’obiettivo che ci si era dati in Galles era il 2% del Pil, e sappiamo benissimo che da allora la nostra spesa è stata altalenante” ha continuato Ferrari, lanciando l’appello a che si arrivi ad un cambio di passo: “Il fattore deterrenza si crea con investimenti e il mantenimento di forze adeguate che possono diventare un elemento di stabilizzazione internazionale”. A dover essere investiti dalle nuove risorse dovranno essere certamente i nuovi domini operativi di cyber e spazio, ma il conflitto in corso in Europa orientale deve far riconsiderare e rivalutare anche l’arma terrestre: “Nel quadro della riduzione degli investimenti l’Esercito è stata la cenerentola della situazione”, ha commentato Ferrari.

Un obiettivo a cui tendere

“L’investimento del 2% è un obiettivo a cui dobbiamo tendere, ma che non si può realizzare da un giorno all’altro” ha puntualizzato Alberto Pagani, confermando però che “nel corso di questa legislatura, l’unico anno in cui c’è stata una contrazione è stato il 2019, altrimenti vi è sempre stata un’espansione”. Un trend da potenziare e mantenere, e che, per Pagani, l’Italia è pronta anche ad accelerare. “Sappiamo di essere al termine di una crisi economica, aggravata da una crisi sanitaria, e non arriveremo al 2% l’anno prossimo, ma è qualcosa a cui dobbiamo tendere”.

L’esecutivo è pronto

Della stessa opinione anche Angelo Tofalo: “Bisogna fare i conti con la realtà, non credo che entro il 2024 l’Italia riuscirà a rispettare gli accordi del 2%, ma se continuiamo su questo passo, e acceleriamo un po’, potremmo raggiungerlo nel 2028”. Per arrivare a questo obiettivo, servirà una convergenza di tutti i partiti politici, un “patto di non belligeranza” quando si trattano le tematiche della Difesa e della sicurezza, con una strategia condivisa: “Nel nostro Paese manca ancora una diffusa cultura della Difesa – ha spiegato Tofalo – e talvolta anche a livello parlamentare, mentre l’esecutivo dimostra grande maturità”. Anche dal punto di vista tecnologico, poi, l’Italia non deve farsi trovare impreparata, avviando un discorso sulla produzione di innovazioni sovrane da valorizzare, stimolando il comparto nazionale.

Ora la politica faccia la sua parte

“I tempi che corrono ci impongono, al di là di bandiere di partito e ideologie, di intervenire in modo corposo sulla Difesa del Paese”, è intervenuta Maria Tripodi, sottolineando anche quanto il comparto sia stato trascurato nel corso degli anni: “La soglia del 2% non è stata mai applicata, e la politica deve fare un mea culpa su questo”. Ecco perché, adesso, sarà necessario investire nella Difesa, da qui ai prossimi trent’anni. “Un obiettivo che dobbiamo porci non come partiti, ma come classe politica del Paese”. Tripodi, infatti, ricorda anche che investire nel settore, oltre a rafforzare la sicurezza nazionale, dell’Europa e della Nato, porta con sé una serie di benefici economici in termini di Pil, fatturato e posti di lavoro. “Puntando sulla Difesa – ha concluso Tripodi – rafforziamo il peso geopolitico dell’intero Paese”.

È il momento di investire in Difesa. Il consenso della politica

Investire nella Difesa è una necessità improcrastinabile. Al live talk di Airpress, emerge il consenso trasversale dei partiti sull’esigenza, resa ancora più urgente dalla guerra in Ucraina, di aumentare le risorse riservate allo strumento militare, sia per il Paese, sia per lo spazio euro-atlantico

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