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Ho sempre pensato e scritto che quando in Parlamento si vota su persone, ad esempio, nel caso delle autorizzazioni a procedere, il voto deve essere segreto. Nel caso della Presidenza della Repubblica, la segretezza è indispensabile per due ragioni. Da un lato, è imperativo proteggere il parlamentare dalle eventuali rappresaglie dei candidati, spesso potenti, non votati; dall’altro, quasi egualmente, se non più, importante, non si deve consentire a nessun parlamentare di trarre vantaggi dall’esibizione del suo voto. Semmai, sarà lui stesso a dichiarare, forse non solo a beneficio (sic) dei suoi elettori e dell’opinione pubblica, ma anche con l’obiettivo di ottenere ricompense più o meno improprie, per chi ha votato e perché. Meglio se potesse farlo in quanto rappresentante di un collegio uninominale dove gli elettori potrebbero premiarlo/punirlo.

Chiederei al presidente della Camera Fico, nella speranza che la Sen. Casellati sia d’accordo, di eliminare i catafalchi e di imporre a tutti i parlamentari senza eccezione alcuna di depositare nel guardaroba i loro cellulari, come si faceva nel West con le pistole per accedere al saloon, prima di ricevere la scheda per il voto. Una seconda richiesta mi pare assolutamente ineludibile: il voto si esprime unicamente scrivendo il solo cognome del candidato/della candidata. Nessuna operazione fantasiosa: nome prima del cognome; nome “puntato”; nome dopo il cognome et al., a beneficio di “coloro che sanno”. Debbono cadere tutte le possibilità di controllo da parte del segretario del partito, del capo corrente, degli amici dei candidati, dei loro sostenitori, non soltanto quelli impegnati nelle telefonate, immagino, non osando pensare che si tratti di voto di scambio, tutte di cortesia, ma anche di tutti gli iperzelanti.

Non riesco a capire come in un Paese impegnato pancia a terra nella transizione digitale i tecnici del Parlamento (grazie dell’immediata smentita: problema non tecnico, ma partitico/politico) non siano in grado di garantire la segretezza del voto e il suo esercizio a distanza. Al contrario, sono convinto che i deputati e i senatori-questori siano disponibili, unitamente ai parlamentari stessi, ad attivarsi, se non l’hanno ancora fatto, e a procedere immediatamente per dotarsi dell’apparato tecnologico che consenta il voto a distanza e salvaguardi la sua segretezza. Concludo brevemente con una considerazione cruciale.

La rappresentanza politica si esprime anzitutto e soprattutto partecipando alle attività del Parlamento, in Commissione e in Aula, e votando. Favorevoli, contrari, astenuti. Non partecipare alle votazioni non è una scelta apprezzabile. Disprezzabile, invece, lo scrivo proprio con questo aggettivo, è il comportamento di uscire dall’aula, non in segno di indignazione e disapprovazione, ma per imposizione del proprio capo partito, per sfuggire alla “tentazione” di palesarsi come franca tiratrice (è il mio cedimento al politicamente corretto). Mi domando, però, se votando su persone, non su punti programmatici del proprio partito o del governo che si sostiene, sia accettabile che coloro che votano in maniera difforme rispetto ai dettami di partito vengano bollati e screditati. Senza esitazioni rispondo no. Questi dissenzienti esprimono, talvolta malamente, ma in assenza di meglio, un parere diverso. Non sono franchi tiratori (e neppure franche tiratrici).

camera pasquino

Voto a distanza per il Quirinale, due richieste a Fico. Scrive Pasquino

Non riesco a capire come in un Paese impegnato pancia a terra nella transizione digitale i tecnici del Parlamento (grazie dell’immediata smentita: problema non tecnico, ma partitico/politico) non siano in grado di garantire la segretezza del voto e il suo esercizio a distanza. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza Politica

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