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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha parlato con il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, sollevando preoccupazioni per gli attacchi aerei nella regione settentrionale del Tigray e sollecitando il leader del secondo Paese più popoloso dell’Africa a negoziare un cessate il fuoco dopo 14 mesi di guerra.

Se nel primo dialogo diretto tra i due l’americano ha fatto riferimento ai bombardamenti non è solo perché quegli attacchi vengono condotti dai governativi senza troppo badare alla discriminazione dei bersagli civili e non accettando la non-belligeranza dichiarata dai ribelli, ma anche perché attualmente i velivoli più utilizzati per compierli sono droni turchi e per Washington la fornitura (accelerata durante la guerra) è un pessimo segnale su cosa Ankara vuole fare spingendo il proprio consensus alternativo tra i Paesi africani.

L’appello arriva solo nove giorni dopo che gli Stati Uniti hanno formalmente tolto l’Etiopia dal loro programma commerciale con i Paesi dell’Africa sub-sahariana per le violazioni dei diritti umani. Biden, secondo il readout della Casa Bianca, “ha espresso la preoccupazione che le ostilità in corso, compresi i recenti attacchi aerei, continuano a causare vittime e sofferenze tra i civili”.

Sabato 8 gennaio un bombardamento ha colpito un campo per gli sfollati interni nella città di Dedebit, nel nord-ovest del Tigray: bilancio tragico, 56 persone uccise e almeno 30 ferite secondo le informazioni ottenute dalla Reuters tramite operatori umanitari e testimonianze oculari. Abiy Ahmed, Premio Nobel per la Pace e politico africano su cui l’Occidente aveva riposto molte speranze, ha limitato internet nel suo Paese per evitare la diffusione della protesta e il racconto della soppressione: per questo le informazioni che arrivano dal fronte tigrino sono frammentarie.

Secondo le stime contenute in un documento preparato dalle agenzie umanitarie e condiviso con Reuters questa settimana, almeno 146 persone sono state uccise e 213 ferite in attacchi aerei nel Tigray dal 18 ottobre a oggi. C’è da presupporre che molte altre siano morte nei mesi precedenti.

Le forze del Tigray e il governo federale etiope sono impegnati in un conflitto dal novembre 2020, quando Abiy ha ordinato un’offensiva militare nella regione dopo lunghe dispute sul governo locale — e non solo, dato che i tigrini un tempo rappresentavano la leadership ad Addis Abeba. La guerra ha provocato migliaia di morti e sfollato più di 2 milioni di persone, alimentato la carestia e dato luogo a un’ondata di atrocità

Biden e Abiy hanno discusso di “opportunità per promuovere la pace e la riconciliazione”. I due leader hanno anche parlato dei modi per “accelerare il dialogo verso un cessate il fuoco negoziato, l’urgenza di migliorare l’accesso umanitario in tutta l’Etiopia (chiuso dai governativi come mossa per affamare i nemici, ndr), e la necessità di affrontare le preoccupazioni sui diritti umani di tutti gli etiopi interessati, comprese le preoccupazioni per le detenzioni sotto lo stato di emergenza”, dichiara la Casa Bianca.

Quella in Etiopia, Paese che per anni ha rappresentato una speranza di democraticità per l’intero continente, è una guerra che si combatte anche sul piano informativo e della propaganda. Della conversazione con l’americano, Abiy Ahmed, scivolato da simbolo di pace a paria, ha fornito una dichiarazione separata, molto più sfumata. L’ufficio del primo ministro fa saper che si è discusso di “questioni attuali in Etiopia, relazioni bilaterali e questioni regionali”. Secondo il comunicato etiope inoltre Abiy “ha condiviso” con Biden “lo stato delle operazioni dello stato di diritto etiope nella parte settentrionale del Paese, nonché gli sforzi compiuti dal governo per affrontare le questioni relative all’assistenza umanitaria, ai diritti umani e agli sforzi di ricostruzione nelle aree recentemente liberate”.

Il mese scorso, il governo di Abiy ha respinto le richieste di un cessate il fuoco da parte dei combattenti ribelli del Tigray, dicendo che i rami d’ulivo che aveva precedentemente offerto loro erano stati respinti da loro molte altre volte. Il leader della regione settentrionale del Tigray aveva annunciato un ritiro delle forze ribelli da diversi dei fronti aperti con a una mossa che ha messo Abiy sotto pressione.

Sul primo ministro pesa adesso il non aver accettato la tregua e il rallentamento del percorso di pace. Il governo si sente più forte, frutto anche del fatto che i rinforzi arrivati dalla Turchia danno una superiorità tecnologica (e dunque militare). Washington lavora anche sul contenimento turco. Abiy sembra intenzionato a spingere sull’acceleratore e risolvere la pratica con i tigrini una volta per tutte. Il governo etiope nega di aver preso di mira i civili o che i soldati della vicina Eritrea si siano uniti alla lotta; rapporti degli osservatori internazionali e dei gruppi per i diritti umani hanno scoperto molteplici atrocità che raccontano il contrario di quanto dichiarato da Addis Abeba.

Con il golpe in Sudan per niente stabilizzato, la crisi istituzionale in Somalia, le sensibilità in Eritrea e la guerra in Etiopia, il Corno d’Africa si dimostra una regione tanto instabile quanto strategica. Gli Stati Uniti e l’Unione europea stanno pressando — con diverse intensità — per la risoluzione delle criticità. In questo genere di contesto caotico, che rischia un allargamento est-ovest in congiunzione con le complessità del Sahel, c’è il rischio che attori esterni come la Turchia, ma anche la Russia o alcuni Paesi del Golfo, aggancino i propri interessi a un lato delle crisi cercando di mantenere l’instabilità in una condizione costante e di interessi.

Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha fatto visita in Eritrea da dove ha parlato di potenziamento delle relazioni bilaterali, consolidamento “di un’amicizia storica”, individuazione della direzione della cooperazione. Come emerso anche in un’intervista rilasciata sempre in questi i giorni dal presidente eritreo, Isaias Afewerki, sembra che l’attività di Pechino con Asmara sia speculare a quella che Washington sta tentando con Addis Abeba. La Cina prova a suo modo di essere parte della soluzione della crisi, ma per credo politico non aumenta le pressioni per non interferire in vicende di altri Paesi, come recita sempre il Partito/Stato in casi del genere: una scusa che mantiene il governo cinese al sicuro da eccessivi coinvolgimenti. Ma anche per gli interessi cinesi la stabilità della regione è importante.

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