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Le feste natalizie sono finite da un pezzo e per le telecomunicazioni italiane si riapre il dossier più importante degli ultimi anni, il possibile riassetto in Tim, a due mesi dall’offerta del fondo Kkr per il 100% dell’ex monopolista. Come raccontato da Formiche.net, il 2021 si era chiuso all’insegna di una sostanziale stasi.

Da una parte gli americani di Kkr, che dopo aver offerto 50 centesimi ad azione, 5 in più dell’attuale valore di Borsa ma quasi la metà di quanto pagato dal socio di riferimento Vivendi (che controlla il 23,7% delle quote) ai tempi della scalata nel 2014 non certo ostacolata dall’allora governo Renzi, hanno messo la sordina. Nessuna due diligence, nessun rilancio formale, ma solo rassicurazioni sulla natura amichevole della possibile, futura, Opa. Dall’altra il blocco Cdp-Vivendi, rinsaldatosi nel nome della difesa dell’ex Telecom dal potenziale assalto di Kkr. Messi insieme, con la Cassa che detiene quasi il 10%, i due soci costituiscono un bastione che sfiora il 34% del capitale.

L’offerta di Kkr (che secondo Bloomberg avrebbe bussato alla porta di varie istituzioni per finanziare parte dell’operazione Tim che tra debiti e capitale supera i 35 miliardi di euro, tra cui il Pif, il fondo sovrano dell’Arabia Saudita) è stata formalmente respinta al mittente, in quanto giudicata non appropriata al valore di Tim. Ma quello che più conta e di cui Formiche.net è in grado di svelare i dettagli, è l’accelerazione dei due soci di peso dell’ex Telecom verso la predisposizione di un piano industriale con cui frenare gli appetiti di Kkr.

Due le date da cerchiare con il rosso: il 18 e il 21 gennaio. Martedì prossimo, Pietro Labriola – che lo scorso 26 novembre ha ereditato le deleghe operative da Luigi Gubitosi – illustrerà al consiglio le linee guida del suo piano industriale, in modo che Tim esprima il suo valore, diventando un boccone indigesto per eventuali scalate. L’obiettivo dell’attuale direttore generale, raccontano ambienti vicini al dossier, sarebbe di fornire prima ai soci e poi al mercato un piano industriale a prova di bomba, in grado cioè da mettere in risalto tutto il valore del gruppo telefonico e scoraggiare così il fondo americano.

Labriola, sempre secondo gli ambienti sondati da questa testata, pochi giorni dopo verrà nominato ceo di Tim e successore di Gubitosi. L’advisor Spencer Stuart avrebbe individuato una rosa di tre nomi ma l’obiettivo degli azionisti, soprattutto di Cdp in accordo con Vivendi, sarebbe quello di puntare su chi l’ex Telecom la conosce bene. E Labriola è nel gruppo da oltre 20 anni.

E Kkr? Cosa farà dinnanzi al nuovo piano in fase di gestazione, da approvare entro e non oltre fine febbraio, in contemporanea al difficile bilancio 2021, segnato da tre profit warning? Gli elementi a discapito dell’Opa non mancano, raccontano le medesime fonti. Punto primo, il piano di Labriola dovrebbe prevedere uno scorporo della rete secondaria di Tim e la sua messa a sistema con gli asset di Open Fiber, il braccio tlc pubblico, controllato al 60% dalla stessa Cdp, dopo l’uscita di Enel in favore degli australiani di Macquarie, soci al 40%.

La futura società della rete andrebbe poi affidata a una governance espressione dello Stato. Prospettiva che starebbe bene sia a Vivendi, che più volte ha rimarcato la sua volontà di rimanere socio di peso ma senza pretendere il controllo della rete, sia ovviamente alla Cassa che vedrebbe finalmente Open Fiber baricentro delle telecomunicazioni italiane, con prevedibile soddisfazione del governo. Non è finita.

L’Opa di Kkr potrebbe arrivare, anche per passaggi legali complessi, due diligence in primis, piuttosto tardi. Il che, viene sottolineato, non giocherebbe certamente a favore del fondo Usa, visto che lascerebbe tutto il tempo a Cdp e Vivendi di trovare una quadra e di favorire le sinergie tra gli asset di Tim e quelli di Open Fiber. Più tempo passa,  è la sintesi, più sull’onda del piano Labriola i due gruppi troveranno punti in comune per i piani futuri. Attenzione però, la partita per Tim non è chiusa.

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