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Le promozioni sono merce rara, specialmente quando c’è di mezzo l’Italia. L’uno-due incassato dal Bel Paese negli ultimi giorni può instillare il dubbio. Della serie, non è che alla fine è meglio imbullonare Mario Draghi a Palazzo Chigi piuttosto che spedirlo al Quirinale? Qualcuno, all’estero, lo crede seriamente. E anche in Italia. In principio, come raccontato da Formiche.net, era stata una delle principali banche d’affari europee, Credit Suisse, a scoprire le carte e dire che sì, finora l’Italia ha giocato bene i  suoi assi, gestito alla meglio la pandemia e rimesso in moto il motore della crescita. E questo per merito dell’ex presidente della Bce.

Il secondo endorsement, decisamente pesante, è arrivato da Fitch. L’agenzia di rating americana, dopo 20 anni ha promosso il debito italiano, certificando il cambio di segno nell’ottica dei mercati sul nostro debito pubblico, riportando alla tripla B, con outlook stabile, il rating dell’Italia. Fitch ha così riportato sulla scena del debito italiano quella promozione a pieni voti che mancava dall’autunno del 2017, quando l’allora premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan incassarono l’upgrade, ma per mano di Standard & Poor’s.

A stretto giro è arrivata un’altra conferma non meno importante delle prime due, anzi forse proprio la più importante, quella del Fondo Monetario Internazionale. Rispondendo a una domanda sull’Italia, al termine della riunione dell’Eurogruppo, la direttrice Kristalina Georgieva si è apertamente congratulata per il forte livello di crescita dell’Italia. “Congratulazioni all’Italia per il raggiungimento quest’anno di una crescita più alta rispetto alla media, 5,8% contro il 5% dell’eurozona. Vediamo che il governo italiano sta ponendo delle fondamenta molto solide per una crescita sostenibile e robusta. Il bilancio 2022 ha il giusto bilanciamento tra riforme e investimenti, e lo stesso vale per il Recovery plan italiano che ha un bilanciamento molto robusto tra le riforme, specialmente quelle strutturali, e investimenti”, ha sottolineato il numero uno del Fmi.

Con una postilla. L’Italia “prevede una riduzione delle imposte sul reddito e un aumento della spesa sociale, che è una cosa buona in sè, ma il problema è se sarà sostenibile nel medio termine. Ma speriamo di vedere decisioni su questo che siano esaurienti, sono abbastanza fiduciosa perché la direzione di lavoro è definita. Quindi Go Italy go“. E che Draghi stia facendo bene e che forse sarebbe bene lasciarlo a capo del governo, lo pensano anche le grandi banche d’affari americane, le cui opinioni finiscono quasi sempre per spostare equilibri e condizionare gli umori. In particolare, la preoccupazione presso i colossi della finanza statunitense sembra essere verso la messa a terra del Pnrr che, con Draghi al Colle, sarebbe messa in serio rischio.

Formiche.net ha chiesto un commento ad Alberto Quadrio Curzio, economista e docente alla Cattolica di Milano e presidente emerito dell’Accademia dei Lincei. “Draghi determina già un upgrade da parte delle agenzie di rating, grazie alla sua credibilità e alla sua sensibilità e anche professionalità, che sono una garanzia. E le garanzie contano”, spiega Quadrio Curzio. “E poi sia le misure prese dal governo, sia la forza della nostra manifattura hanno determinato una propulsione della produttività e del Pil, anche a fronte dell’aumento delle materie prime. Ci sono poi altri elementi non meno strutturali, che però hanno dato una spinta non indifferente”.

Ma ci sono anche gli ostacoli, persino con Draghi premier. “Tanto per cominciare il divario tra Nord e Sud, che si può superare con le infrastrutture e dunque con l’avanzamento del Pnrr. La cui esecuzione è fondamentale e su cui incombe la lentezza della burocrazia”. Quadrio Curzio non dimentica però il grande spauracchio di ogni ripresa, l’inflazione.

“Un problema grosso, su cui dobbiamo tenere gli occhi bene aperti, su cui dobbiamo vigilare. In questa situazione bisognerebbe riconsiderare l’allungamento dell’orizzonte di attuazione del Next Generation Eu e dei Pnrr nazionali e apportare delle modifiche. Investire quasi 1.000 miliardi da qui al 2026, distribuiti tra i vari Stati membri ed imprimere con questi anche un balzo alla transizione verde ed energetica non può non preoccupare”.

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