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La guerra attorno all’Iran ha prodotto una dinamica militare particolarmente significativa: l’eliminazione sistematica della leadership ai livelli più alti. Gli attacchi israeliani — resi possibili anche grazie alle capacità di intelligence e di targeting americane — si sono concentrati sempre più sui comandanti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, su pianificatori militari di alto livello e sugli architetti della rete regionale di proxy di Teheran. Figure che per anni hanno costituito il cuore dell’architettura strategica del regime sono state eliminate con crescente precisione.

Eppure la distruzione dei leader, per quanto spettacolare, non produce necessariamente un cambio di regime. Più spesso i sistemi autoritari reagiscono concentrando il potere nelle mani degli elementi più duri e più radicati dell’apparato di sicurezza.

Teheran ha ora dato la propria risposta. L’Assemblea degli Esperti ha nominato Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema uccisa Ali Khamenei, come nuovo leader della Repubblica islamica.

La scelta è rivelatrice. Piuttosto che indicare un rinnovamento politico o una fase di apertura, suggerisce continuità attraverso una contrazione del sistema: la sopravvivenza della Repubblica islamica in forma più ristretta, più securitaria e più centralizzata.

La Repubblica islamica non sta collassando. Si sta restringendo. Sta diventando, in sostanza, un regime ridotto.

L’ascesa di Mojtaba Khamenei indica che la Repubblica islamica non sta scomparendo, ma si sta comprimendo attorno al suo nucleo più duro. Il potere si concentra in un cerchio più ristretto di élite clericali e militari, in particolare all’interno delle Guardie della Rivoluzione, la cui influenza domina già oggi l’economia politica e l’apparato di sicurezza nazionale del Paese.

Le campagne militari mirate alla decapitazione della leadership possono indebolire profondamente un regime senza necessariamente distruggerlo. Interrompono le catene di comando e impongono costi tattici rilevanti, ma il cambiamento di regime è in ultima analisi un processo politico. La pressione militare da sola raramente produce una trasformazione sistemica se non accompagnata da fratture interne più profonde.

La storia suggerisce che due fattori tendono a determinare un vero cambiamento politico.

Il primo è una rivolta interna sostenuta capace di spezzare l’apparato coercitivo del regime. Negli ultimi due decenni l’Iran ha conosciuto ripetute ondate di protesta: dal Movimento Verde del 2009 alle manifestazioni nazionali seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022, fino alle proteste del gennaio 2026 scatenate dal collasso economico, diffuse rapidamente in tutto il Paese prima di essere brutalmente represse sotto un quasi totale blackout di Internet, con migliaia di morti e decine di migliaia di arresti.

Tuttavia nessuna di queste mobilitazioni ha prodotto le defezioni nelle élite o le fratture istituzionali necessarie per abbattere il sistema.

La seconda possibilità sarebbe un’occupazione militare esterna capace di smantellare le istituzioni di governo e imporre un nuovo ordine politico. Dopo le costose esperienze in Iraq e Afghanistan, pochi decisori a Washington — e ancora meno attori regionali — sembrano disposti a intraprendere una strada simile.

In assenza di una rivoluzione interna o di un intervento esterno diretto, la decapitazione della leadership tende quindi a produrre adattamento più che collasso.

Il processo di successione che ha portato Mojtaba Khamenei al potere riflette proprio questa dinamica. L’Assemblea degli Esperti si è mossa rapidamente per colmare il vuoto di leadership in condizioni di guerra, privilegiando la continuità e la sopravvivenza del sistema rispetto a qualsiasi forma di rinnovamento politico.

Mojtaba Khamenei è da anni una figura influente dietro le quinte del sistema. Pur non avendo mai ricoperto incarichi elettivi, ha costruito solidi legami con le Guardie della Rivoluzione e con importanti segmenti dell’establishment clericale.

La sua nomina segnala dunque non moderazione ma consolidamento.

Una leadership centrata su Mojtaba Khamenei e sostenuta dalle Guardie della Rivoluzione potrebbe produrre un ordine politico più ristretto e più securitario. Le istituzioni civili rischierebbero di erodersi ulteriormente, mentre il processo decisionale si concentrerebbe nelle mani degli apparati di sicurezza sopravvissuti, il cui obiettivo principale sarebbe la sopravvivenza del regime.

Un regime ridotto non sarebbe necessariamente più moderato. Ma potrebbe diventare più prudente.

Una leadership concentrata sulla propria sopravvivenza potrebbe privilegiare la deterrenza e il controllo interno rispetto ad ambizioni regionali più espansive. La rete di forze proxy iraniane — dal Libano all’Iraq fino allo Yemen — non scomparirebbe, ma le sue attività potrebbero diventare più selettive e calibrate.

In altre parole, l’Iran potrebbe ricalibrarsi piuttosto che capitolare, emergendo dal conflitto come un regime ridotto: indebolito ma ancora resiliente.

La crisi iraniana rivela anche qualcosa del contesto geopolitico più ampio in cui si inserisce. Teheran viene spesso descritta come parte di un allineamento revisionista insieme a Russia e Cina. Tuttavia i momenti di conflitto acuto tendono a mettere in luce i limiti di questa partnership.

Mosca ha offerto sostegno diplomatico ma poco aiuto concreto, mentre Pechino — nonostante i forti legami economici con Teheran — ha mantenuto un atteggiamento prudente.

Ciò non significa però che l’importanza strategica dell’Iran per entrambe le potenze sia diminuita. Per la Russia, Teheran rappresenta un partner utile per complicare la strategia americana in Medio Oriente. Per la Cina, l’Iran resta un nodo importante nelle catene di approvvigionamento energetico e nei corridoi occidentali della Belt and Road.

Un regime ridotto iraniano che sopravviva al conflitto potrebbe quindi integrarsi ancora più strettamente in questo asse strategico informale tra Cina, Russia e Iran.

La stessa leadership potrebbe restare esposta a nuovi tentativi di eliminazione mirata. Se la campagna di decapitazione dovesse proseguire, anche la nuova guida suprema potrebbe diventare un obiettivo. Ma anche in quel caso la dinamica strutturale resterebbe la stessa: non necessariamente il collasso del sistema, bensì la sua ulteriore contrazione attorno agli apparati di sicurezza.

L’ascesa di Mojtaba Khamenei non segna la nascita di un nuovo ordine politico. Segna la sopravvivenza di quello esistente in forma più ristretta: un regime ridotto costruito per la resistenza più che per l’espansione. Non la fine della Repubblica islamica, dunque, ma la sua trasformazione in un regime ridotto.

L'Iran, il nuovo leader e il regime ridotto

Di Marco Vicenzino

La nomina di Mojtaba Khamenei dopo la morte della Guida Suprema non segnala il collasso della Repubblica islamica. Indica piuttosto la sua trasformazione in una forma più ristretta e securitaria, dominata dagli apparati di sicurezza. L’analisi di Marco Vicenzino

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