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Non sappiamo ancora se la scelta da parte del Consiglio degli Esperti di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali, come nuova Guida Suprema dell’Iran, si rivelerà quella giusta per la sopravvivenza del regime teocratico iraniano e, soprattutto, se sia destinato a durare a lungo alla luce delle minacce da parte dei due alleati in questa guerra, Donald Trump e Bibi Netanyahu. Le notizie frammentarie che il regime lascia trapelare fanno infatti intendere che il successore designato sia rimasto ferito nel corso di un attacco: occorrerà dunque attendere per capire quali saranno le sorti del “giovane” Khamenei.

Nel frattempo, si può dire che questa decisione lascia immaginare che ci sia stato un forte scontro all’interno del gruppo dei leader religiosi tra l’ala più oltranzista e tradizionale e quella invece più dialogante. La scelta poi di garantire una linea di continuità dinastica dal padre al figlio sembra segnalare che il forte coinvolgimento di Mojtaba Khamenei nelle formazioni militari e paramilitari iraniane – fin dai tempi della guerra contro l’Iraq negli anni Ottanta – abbia prevalso come parametro di valutazione sulle più deboli credenziali sul piano religioso. Questa “virata” verso un profilo meno connotato dal punto di vista del rigore dottrinale sciita, lascia pensare ad una prima tappa nell’evoluzione della repubblica islamica, pronta a sacrificare il figlio del grande Ayatollah qualora le minacce israelo-americane si realizzassero.

Infatti, l’eventuale “martirizzazione” di Mojtaba Khamenei potrebbe consentire di “girare pagina” e di passare la mano ad una leadership più pragmatica e meno radicale dal punto di vista religioso. Coloro che si sono opposti alla sua elezione potrebbero trovare nuovo impulso per aprire un dialogo con l’Occidente e le monarchie del Golfo. È certamente ancora prematuro pensare ad un riavvicinamento con Stati Uniti e Israele, che hanno fortemente e rumorosamente disapprovato la sostituzione dell’erede del fondatore Khomeini – l’integralista Khamenei – con il suo diretto discendente e potrebbero decidere di alzare ulteriormente il livello dello scontro militare. Dall’altra parte, la scelta così determinata e provocatoria da parte del regime di Teheran va, nell’immediato, nella direzione di consolidare la forza dell’apparato militare legato ai pasdaran, che non vogliono arrendersi e che difenderanno le proprie posizioni e privilegi fino al lancio dell’ultimo drone o missile a disposizione.

La durata del conflitto potrebbe dunque protrarsi, anche se l’esito finale dal punto di vista militare sembra comunque scontato alla luce della disparità delle forze in campo. Ciò che resta ancora da valutare saranno innanzitutto i costi, in termini economici e umani, di questa vittoria scritta in partenza ma che potrebbe lasciare strascichi molto pesanti in termini di distruzione di infrastrutture, per il commercio mondiale e di relazioni tra Stati in tutta l’area cosiddetta MENA (Middle East and North Africa).

Un altro aspetto molto importante sarà in effetti l’evoluzione dei rapporti con gli altri Paesi, da quelli del Golfo fino a quelle con la Russia, la Cina e la Turchia. Nel breve termine, l’impressione è che non si andrà verso una democratizzazione del Paese: l’opposizione interna è troppo frammentata e poco organizzata per potersi imporre su un regime che appare ancora ben saldo e radicato. Tuttavia, si può ipotizzare che si vada verso una transizione “controllata” che preveda il ritorno ad un regime laico nel quadro di un assetto istituzionale comunque immutato. Si rinuncerà insomma al principio del Velayat-e Faqih, fondamento della teocrazia che prevede che il potere supremo spetti ad un esperto di diritto islamico, per abbracciare un regime più pragmatico e laico nel quale la religione abbia un ruolo ridimensionato. Questo dovrebbe portare anche al ritorno ad una normalizzazione delle relazioni internazionali nell’ottica di una convenienza reciproca, dato che la chiusura (se non ufficiale, quantomeno di fatto) dello stretto di Hormuz non può essere sopportata a lungo da nessuno, in primis dallo stesso Iran che è già provato da anni di sanzioni economiche.

In questa fase sono essenziali i contatti diplomatici, innanzitutto con i Paesi del Golfo che possono fare pressioni su Israele e Usa per allentare l’intensità delle operazioni militari, e dunque le rappresaglie da parte dell’Iran verso gli Stati limitrofi che non hanno alcun interesse a farsi coinvolgere nel conflitto. In secondo luogo, un ruolo fondamentale (seppur dietro le quinte) è quello della Russia, che in questo momento ha il coltello dalla parte del manico potendo approfittare del rialzo dei prezzi di petrolio e gas. Mosca potrebbe diminuire il proprio appoggio a Teheran in cambio (purtroppo) di concessioni sulla propria presenza in Ucraina e di un allentamento delle sanzioni. Va poi considerata anche la Turchia, che ha interesse a mantenere stabilità nell’area per evitare che un’implosione del regime iraniano porti a nuove rivendicazioni da parte dei curdi. Senza contare la Cina che, dopo aver perso il petrolio venezuelano, perderebbe quello iraniano a basso prezzo ed un mercato di novanta milioni di persone oltre quelle dei paesi limitrofi e di quelli africani loro amici.

In tutto questo, che ruolo hanno l’Unione europea e l’Italia? La diplomazia è l’unica vera arma a nostra disposizione, e bene stanno facendo la premier Meloni (come confermato dalle sue dichiarazioni di stamani in Senato) e il ministro Tajani a spingere in questo senso per evitare un’escalation che creerebbe problemi non solo a livello politico-strategico ma anche a livello economico. In un momento in cui i prezzi dell’energia sembravano finalmente avviati verso una fase di moderazione, una nuova “fiammata” inflazionistica sarebbe difficile da sopportare per le nostre già stagnanti economie, che dipendono ancora in larga parte dalle importazioni di gas e petrolio e di materie prime e che non possono affidarsi solo alle forniture algerine e a quelle di Gnl statunitense, ad oggi ancora troppo caro.

La diplomazia rimane dunque l’unica strada da perseguire per evitare che il conflitto prenda strade sconosciute e dalle quali sarebbe molto difficile fare ritorno, non solo quella ufficiale ma in questo momento, soprattutto quella discreta e poco appariscente degli incontri riservati e delle missioni degli inviati speciali.

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