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Il problema dei franchi tiratori esiste dai tempi della Dc. Ma l’affossamento del Ddl Zan, per quanto in parte prevedibile, ha dato un bel colpo all’immagine del parlamento. Non tanto per il fatto in sé, quanto per l’assise trasformata in curva da stadio. Il caos non è rimasto confinato all’aula parlamentare, ma ha dilagato tra i diversi esponenti dei partiti svelando le varie anime che li compongono.

L’esponente di Forza Italia Elio Vito, da sempre schierato a favore del disegno di legge contro l’omotransfobia, ha rassegnato le dimissioni dalla carica di responsabile del dipartimento difesa e sicurezza di Forza Italia. Nella missiva inviata a Berlusconi, l’esponente forzista argomenta la sua decisione, spiegando che il Ddl Zan, in realtà, riguardava “direttamente anche la sicurezza”. Non solo: il voto contrario di Fi alla proposta del senatore dem è “in contraddizione“ rispetto al posizionamento europeo del partito nel Ppe.

Di altro avviso è invece la senatrice di Forza Italia Anna Maria Bernini che, in un lungo post, spiega che “in questi mesi ho fatto di tutto per trovare una mediazione di buonsenso in Senato e portare a casa una buona legge lavorando su punti giuridicamente insidiosi con due emendamenti chiari e che sono il mio manifesto contro l’omofobia, la violenza e per l’inclusività”. Tuttavia “le aperture a sinistra sono state di facciata. Nessun suggerimento da me proposto è stato accolto. E oggi ho avuto conferma che a una parte politica interessasse solo coltivare il mostro omofobico, trovare un colpevole”.

I numeri “impietosi” della seduta del Senato, prosegue l’azzurra, “certificano che i voti sono mancati dagli scranni di chi ora punta il dito contro la sottoscritta e altri colleghi pronti a dialogare”. In cauda venenum: “Non accetterò mai – chiude – che questioni così importanti appartengano a una sola parte”. L’aspetto più interessante di questa sfida all’Ok Corral in cui le rivoltellate non risparmiano nessuno, è quello che sta succedendo nella riva sinistra del parlamento.

E, segnatamente, fra il Pd e Italia Vivia. Il dem Francesco Boccia ha postato una foto su Facebook assieme al collega Alessandro Zan. “Salvini e Italia Viva dicono le stesse cose, spero provino anche la stessa vergogna”. Ma le accuse hanno due destinatari chiari: il leader del Carroccio Matteo Salvini e il parlamentare di Italia Viva Davide Faraone. “Trova le differenze – è il quiz che pone l’ex ministro sui social – Salvini dice che è stata sconfitta l’arroganza del Pd e del Movimento 5 Stelle. Faraone: arroganza di Letta e divisioni del M5s hanno fatto saltare legge».

Al coordinatore nazionale dei renziani Ettore Rosato appare chiaro che “il no del Pd e dei 5 Stelle al rinvio del voto segreto sul Ddl Zan significava che le parole di Letta sulla ricerca di una mediazione erano solo l’ennesimo spot. La difesa dei diritti si fa approvando le leggi non nei salotti televisivi, in Parlamento dove ci si assume le responsabilità della sintesi, la fatica del compromesso, il rischio che qualcuno ti dica che si poteva ottenere di più. Senso del dovere che il Pd sembra aver perso per strada, impegnato com’è a rincorrere il Movimento 5 Stelle, quello che non votò nemmeno la legge sulle unioni civili”.

Più che una benedizione urbi et orbi, botte da orbi fra chi, quantomeno idealmente, dovrebbe giocare nello stesso campo. La chicca delle chicche, è il post di Alessandra Mussolini, ormai per la verità fuori dalle scene (politiche) da un po’. Una bandiera arcobaleno sbrindellata garrisce sulla sua bacheca, accompagnata da una frase lapidaria: “Un altro strappo alla libertà”. Sì, Alessandra Mussolini. Sipario.

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