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Ciò che non distrugge, unisce. Se poi il collante è un piano di aiuti da 750 miliardi allora il risultato dovrebbe essere assicurato. A quasi un anno e mezzo dal lancio del Recovery Fund, il più grosso pacchetto di aiuti che il Vecchio Continente abbia visto dai tempi del piano Marshall, è lecito chiedersi se l’Ue ne abbia guadagnato in coesione e unione.

Certo, i momenti di tensione tra gli Stati membri non sono mancati. La Germania post-Merkel fa ancora fatica a digerire l’emissione di debito comunitario (gli eurobond, una delle gambe del piano) e i Paesi frugali sognano un ritorno del rigore sui conti e dell’applicazione letterale del Trattato di Maastricht. E poi all’appello manca ancora quell’unione fiscale di cui si parla da lustri.

Eppure un passo avanti è stato fatto. Goldman Sachs ha interpellato quattro voci, due delle quali hanno visto alti e bassi dell’Ue. Romano Prodi, ex premier ed ex presidente della Commissione Ue, Otmar Lissing, già capo economista alla Bce e membro del board, e gli economisti Timothy Garton Ash (Oxford) e Jari Stehn di Goldman Sachs.

Domanda: il Recovery Fund ha segnato l’inizio di una nuova era della cooperazione o è stato semplicemente un gran bel quarto d’ora? Secondo Jari Stehn il Recovery Fund “è un modello per una maggiore integrazione fiscale e costituisce un vero precedente per una risposta europea in questo senso. Con il Recovery Fund l’Europa può davvero unirsi”.

Ma Otmar Issing è preoccupato da un precedente pericoloso, da buon tedesco: la condivisione del rischio fiscale. “La politica fiscale rimane e deve rimanere nel dominio dei governi nazionali che sono responsabili nei confronti dei loro elettori”. Romano Prodi è un mix tra realismo ed ottimismo, ritenendo che la strada per un’ulteriore integrazione sarà lunga e complicata. “Tutti i problemi dell’Europa stanno diventando più evidenti, come le decisioni di politica estera. Le scelte sono bloccate dalla necessità dell’unanimità su cui, se ci sarà un progresso, sarà molto lento.”

Garton Ash prende di mira il populismo, che potrebbe risvegliarsi quando la pandemia sarà finita. “Da storico, quello che si vede è che molto ora dipenderà dalle conseguenze di questa crisi, nel senso che è del tutto possibile che avremo più inflazione, per esempio. Potremmo persino ottenere la stagflazione, cioè potremmo avere un periodo economico molto difficile. La stessa pandemia è stata un brutto momento per i populisti. Ma una volta passata potrebbe essere un ottimo momento per i medesimi.”

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