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L’ultima visita a Pechino di una delegazione bipartisan del Congresso americano ha riportato in primo piano un tema sensibile: la necessità di canali di comunicazione militare stabili tra Stati Uniti e Cina. Adam Smith, capogruppo democratico della commissione Forze Armate, ha avvertito che l’assenza di dialogo regolare su capacità e intenzioni reciproche è un rischio diretto di escalation. Le esercitazioni navali, i sorvoli e i quasi incidenti nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese meridionale sono il segno tangibile di una relazione fragile, resa ancora più complessa dall’ingresso di nuove tecnologie nel dominio operativo: intelligenza artificiale, droni, cyber e spazio. Tecnologie che aumentano la potenza di fuoco e la capacità di proiezione, ma al tempo stesso accrescono l’incertezza e la possibilità di fraintendimenti.

Il quadro politico è altrettanto delicato. La missione a Pechino si è svolta a ridosso di una telefonata tra Donald Trump e Xi Jinping e in vista di un incontro diretto tra i due leader all’Apec in Corea del Sud. È un momento in cui la competizione tecnologica e quella militare si intrecciano, delineando una fase di rivalità strategica che va oltre la dialettica commerciale. La discussione negli Stati Uniti riflette questa dinamica: la senatrice Elissa Slotkin ha invocato un “Manhattan Project” per l’AI, sostenuta da un fronte bipartisan che vede nell’intelligenza artificiale il terreno cruciale della sfida con Pechino. Trump ha rilanciato con un piano nazionale per fare dell’AI un pilastro della sua agenda. Ma l’analisi degli esperti mostra un quadro più sfumato: l’AI è l’unico settore dove Washington mantiene un vantaggio, mentre in campi chiave come le rinnovabili o il biotech la Cina ha già superato gli Stati Uniti. L’enfasi americana sull’AI appare dunque anche come costruzione politica, un modo per concentrare la competizione su un terreno percepito come favorevole.

La dimensione militare offre invece un contrasto più tangibile. La portaerei cinese Fujian, dotata di catapulta elettromagnetica, ha completato con successo i primi test di lancio. È un passo che avvicina la Marina cinese agli standard della US Navy e proietta Pechino verso capacità da “blue-water navy”, cioè in grado di operare a lungo raggio ben oltre i mari regionali. Pur con i limiti della propulsione convenzionale rispetto al nucleare statunitense, la Fujian è il simbolo della trasformazione della Cina in potenza marittima globale. Il tempismo del test, coinciso con la visita della delegazione americana, segnala la duplice strategia di Pechino: mostrare forza militare mentre apre al dialogo.

Abbiamo usato il parallelismo tra l’AI e la Fujian come argomento di Indo-Pacific Salad di questa settimana (per leggerla basta iscriversi seguendo il link), perché descrive bene la fase attuale della competizione: da un lato, il terreno narrativo e politico dell’intelligenza artificiale; dall’altro, l’acciaio delle navi da guerra che segna l’avanzata concreta della Cina.

Usa-Cina. Ecco cosa lega la portaerei Fujian alla competizione sull’AI

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