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C’è un tavolo, tra Muscat e il Golfo, che in questo agosto del 2026 conta più di mille comunicati. Doveva chiudersi a giugno, con l’intesa interim tra Washington e Teheran: riapertura dello Stretto di Hormuz, sospensione delle ostilità, sessanta giorni per trattare. Quella finestra è scaduta senza accordo. La tregua si è sgretolata già a luglio, tra navi prese di mira e raid di rappresaglia, e lo Stretto resta in larga parte paralizzato: il traffico energetico è una frazione di quello precedente alla guerra. Trump è arrivato a minacciare di dichiarare Hormuz territorio degli Stati Uniti e, pochi giorni dopo, ha annunciato la rimozione delle mine dalle acque internazionali. Teheran, intanto, continua a porre condizioni alla riapertura mentre tratta con l’Oman sul futuro regime di navigazione. I comunicati parlano ancora di de-escalation. Ma chi vive all’ombra dei decisori sa che le dichiarazioni sono spesso la superficie del ghiaccio. Sotto ci sono le mentalità. E le mentalità non si formano nei ministeri: si formano da bambini, giocando. Perché ogni civiltà ha giochi che, più di altri, hanno sedimentato un’immagine del conflitto. E quei giochi possono diventare una metafora della sua grammatica strategica: dicono cosa considera una vittoria, quanto è disposta ad aspettare, quanto pesa il caso e quanto il calcolo.

La Cina gioca a Go da duemilacinquecento anni. Niente gerarchie, niente re da difendere: solo pietre che conquistano territorio per accerchiamento. Non si vince catturando, si vince circondando. Kissinger ne fece una teoria: l’Occidente ragiona per scacchi, con lo scontro frontale e lo scacco matto, la Cina per Go, per posizione e pazienza. La Nuova Via della Seta, vista così, non è soltanto un piano infrastrutturale: è una pietra a Gibuti, una al Pireo, una a Gwadar. Nessuna, da sola, è una minaccia. Tutte insieme sono un cerchio. Volete la prova sul tavolo di oggi? Estate 2025, Washington colpisce l’India con dazi che arrivano al 50 per cento. Pochi mesi dopo Modi vola a Tianjin, per la prima volta in sette anni, a stringere la mano a Xi. Trump ha spinto; Pechino ha solo aperto la porta e posato un’altra pietra intorno all’America. Vi dice qualcosa?

L’America di Trump, invece, gioca a poker. Il Texas Hold’em è l’opposto del Go: somma zero, informazione nascosta, bluff. Puoi portare a casa il piatto anche con la mano peggiore, se convinci gli altri ad abbandonare. È il gioco del rilancio e del colpo secco, non della pazienza. Il guaio non è giocare a poker: è credere che tutti siano seduti al tuo stesso tavolo. Le tariffe e gli ultimatum funzionano contro chi gioca a carte, non contro chi gioca a Go su una scacchiera che nemmeno vedi. E infatti guardate come è finita quella mano sull’India: a febbraio 2026 Trump ha abbassato i dazi dal 50 al 18 per cento, in cambio dell’impegno di Delhi a interrompere gli acquisti diretti o indiretti di petrolio russo. Il rilancio fortissimo, poi la corsa a riprendersi l’avversario appena si è alzato dal tavolo. Non è il poker vero?

Ma è in Medio Oriente che la mappa si fa affascinante, perché è lì che l’umanità ha inventato i giochi da tavolo più antichi. L’Iran gioca a backgammon, il Nard persiano: uno dei grandi giochi strategici in cui il calcolo convive con il caso. Non controlli il tiro del dado; controlli la posizione in cui ti trovi quando il dado cade. Proteggi le pedine, mantieni aperte più possibilità e, quando il momento è favorevole, puoi raddoppiare la posta. È la strategia di Teheran: pazienza rivoluzionaria, guerra combattuta per procura, Hormuz tenuto non come il dado, ma come la leva con cui raddoppiare la posta. Guardate proprio questi giorni: la tregua di giugno saltata, lo Stretto tenuto in larga parte chiuso come leva, la scadenza dei sessanta giorni lasciata passare senza un’intesa definitiva. Trump alza la voce, minaccia di prendersi Hormuz e arriva a minacciare persino l’Oman, che tratta la riapertura. Teheran incassa i raid, arretra, non ribalta il tavolo. Il dado non è nelle sue mani; la posizione sul tavolo sì. Vi ricorda qualcosa?

La Turchia ha eletto a simbolo nazionale il Mangala, il gioco di semina che promuove perfino nelle scuole. Le regole: raccogli i semi da una buca e li lasci cadere uno a uno nelle altre, poi catturi contando con precisione dove cadrà l’ultimo. Non è forse la politica estera di Erdogan? Seminare presenza un po’ ovunque, Siria, Libia, Caucaso, Corno d’Africa, per poi raccogliere quando i conti tornano.

E Israele? Israele gioca a scacchi. Non per modo di dire: è una vera potenza scacchistica, eredità dell’immigrazione sovietica. Ma i suoi sono gli scacchi della combinazione, quella sequenza di mosse che punta al matto in pochi tratti, all’occorrenza sacrificando un pezzo. Osirak nel 1981, il reattore distrutto prima ancora di accendersi. Entebbe nel 1976, gli ostaggi liberati a migliaia di chilometri da casa. È la stessa mano che in questi mesi colpisce l’Iran cercando il colpo risolutivo sul nucleare, prima che l’avversario alzi lo sguardo. E qui sta il punto. Contro un giocatore di backgammon che non capitola e continua a costruire posizioni anche quando il dado gira male, la combinazione perfetta vince lo scambio ma non chiude mai la partita. Israele muove da scacchista, su un tavolo dove Teheran gioca a tirarla per le lunghe. Vi dice qualcosa la guerra di questi mesi?

E il Golfo? Il Golfo non punta tutto su una mano: compra un posto a più tavoli. Il Qatar media da anni tra Washington, Teheran e Hamas, l’Oman ospita ora il negoziato sullo Stretto, gli Emirati comprano quote di ogni partita, porti, squadre di calcio, intelligenza artificiale. Non è neutralità: è diversificazione strategica. La ricchezza sovrana è una pila di fiches che consente di stare contemporaneamente su più tavoli. Non devi bluffare, se puoi evitare di dipendere da una sola mano.

Restano le cerniere. La Russia era la patria della scuola scacchistica sovietica e sotto lo stress dell’Ucraina combatte sempre più spesso come a dama: pedine tutte uguali, scambio frontale, attrito puro, conquista metro per metro. L’India, al contrario, resta fedele al Pachisi, il gioco a dadi in cui muovi quattro pedine su quattro bracci diversi dello stesso tavoliere. Sedersi a Tianjin accanto a Xi e Putin e pochi mesi dopo trattare i dazi con Trump, mantenere aperti i canali con Mosca mentre si impegna con Washington su energia, difesa e tecnologia: vi pare incoerenza? Per chi è cresciuto col Pachisi è la mossa più naturale del mondo.

E noi? L’Europa gioca a bridge, il gioco in cui non giochi da solo ma in coppia: vinci solo se ti intendi col compagno attraverso un linguaggio di segnali sottili. Peccato che qui i compagni siano ventisette e che ognuno parli una lingua diversa. Sul commercio Bruxelles parla formalmente con una voce sola; sulla strategia, molto meno. Ventisette capitali che davanti alla stessa pressione americana, alla stessa Cina e alla stessa guerra possono inviare segnali diversi: chi cerca protezione, chi autonomia, chi mediazione. Vi sembra una coppia di bridge che si intende al tavolo? Trump ci tratta da vassalli fastidiosi, Xi da mercato da accerchiare. E noi continuiamo a non capire nemmeno a quale gioco stiamo giocando.

Qui il lettore scaltro storcerà il naso: uno schema così elastico non rischia di spiegare tutto e quindi niente? Se l’accerchiamento cinese è Go e ogni ultimatum americano diventa poker, fin troppo comodo. L’obiezione è giusta e va presa sul serio. Il gioco non predice le mosse, non è un oroscopo geopolitico. Fa una cosa più modesta e più utile: rivela la grammatica con cui ogni potenza legge la partita, la sua idea di vittoria e di tempo. Non ti dice cosa farà Xi domani. Ti dice perché, qualunque cosa faccia, la leggerà come territorio da circondare e non come re da abbattere.

Non è determinismo culturale, per fortuna: un persiano può imparare il poker e un americano il Go. Ma le mentalità sedimentate in secoli di partite, nei caffè di Istanbul e nei palazzi di Pechino, sono lente a cambiare. E chi non conosce il gioco dell’avversario è destinato a subirlo, perché ne interpreta ogni mossa con le regole sbagliate. Un giocatore di poker che si siede a un tavolo di Go senza accorgersene non perde per debolezza: perde per cecità. Resta allora una domanda, da porsi prima di ogni vertice e di ogni comunicato levigato che parla di de-escalation. Non chi è più forte. Ma: a quale gioco stiamo davvero giocando? E siamo sicuri di essere gli unici, al tavolo, a saperlo?

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Di Nicola Bonaccini

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