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Oggi l’intelligence potrebbe essere vista come un punto di convergenza tra i diversi ambiti del sapere, e i tempi sono ormai maturi per considerarla uno strumento fondamentale per la stabilità della democrazia. L’interesse dell’intelligence per il settore biotech si è consolidato in seguito al Covid-19, che ha messo in evidenza tutte le vulnerabilità legate al settore sanitario. È interessante notare che l’intelligence americana aveva già previsto, entro il 2020, la possibilità di una pandemia globale. Anche Hans Rosling, esperto di malattie africane, aveva incluso una pandemia tra i primi cinque rischi globali. In sostanza, l’intelligence è l’arte di monitorare il presente per prevedere il futuro.

Nel 2005, in conseguenza dell’emergenza Ebola, George W. Bush chiese al Congresso americano di destinare fondi adeguati per anticipare e prevenire una potenziale pandemia, dimostrando così che grazie a notizie di intelligence si potesse determinare una visione straordinariamente lucida sui rischi futuri, anticipando una minaccia globale in grado di mettere in crisi l’intero pianeta.

Il tema dei virus e, più in generale, il settore sanitario, è strettamente legato al mondo del biotech. Sebbene il Covid-19 abbia avuto un impatto globale, non è stata il peggior virus possibile poiché ne possono insorgere di ben più gravi. Un aspetto cruciale è l’utilizzo dei dati nel campo sanitario, che è determinante e strategico non solo nell’ambito digitale, ma che, con l’avanzamento dell’intelligenza artificiale, diventerà sempre più rilevante. Ad esempio, già oggi, quando si affida una cartella clinica a un medico, questi, per alcuni casi, può diagnosticare correttamente una patologia con una probabilità superiore al 50%. Se la stessa cartella clinica viene invece analizzata da un algoritmo, la precisione diagnostica sale a oltre il 90%. Inoltre, se consideriamo le principali cause di morte, constatiamo che le malattie cardiovascolari sono al primo posto, seguite dai tumori e, sorprendentemente, dagli errori medici.

Di fronte a questi dati, la scelta tra un medico umano e un algoritmo per analizzare una cartella clinica non è più una questione di opinione, ma una decisione logica e basata sull’e”cacia. Questi punti sono fondamentali, perché credo che la nostra percezione del mondo sia ancora radicata in una visione ‘analogica’. In realtà, stiamo vivendo in tre dimensioni contemporaneamente: quella fisica, quella digitale e quella ibrida, che nasce dall’interazione tra l’uomo e la macchina. Quest’ultima, come sostiene lo studioso americano Kevin Kelly, è destinata a diventare ‘inevitabile’. Eppure, continuiamo a fare riferimento a concetti, categorie mentali, teorie giuridiche e approcci pedagogici che si riferiscono a un mondo che sta scomparendo, anacronistico rispetto alla realtà che ci circonda.

Credo che il campo del biotech, in particolare per il suo potenziale nel migliorare la salute umana, sia tra i più promettenti. Tuttavia, è essenziale che i dati vengano analizzati attraverso la lente di ciò che sta realmente accadendo, e non con la nostra visione antiquata della realtà. Proprio come la Nottola di Minerva di Hegel, che simboleggia la conoscenza che arriva solo quando il momento è già passato, rischiamo di comprendere la realtà inevitabilmente in ritardo.

Un altro aspetto di grande rilevanza è il concetto di dual use, che si constata quando una stessa tecnologia, strumento o dato può essere utilizzato sia in modo positivo, per promuovere il progresso, che in modo negativo, per scopi bellici o distruttivi. Questo aspetto ha suscitato una costante attenzione da parte dell’intelligence, in particolare nel settore sanitario, dove si è sviluppata la medical intelligence. Questa disciplina sta trovando applicazione in ambiti sempre più vasti, dalla prevenzione alla diagnosi, fino all’analisi dei contesti sanitari globali.

Tutte queste riflessioni ci portano inevitabilmente alla necessità di sviluppare percorsi formativi specifici, in grado di superare i luoghi comuni e la visione superata che ancora spesso guidano la nostra interpretazione del mondo. Nella dimensione digitale, infatti, tutto diventa fluido, opaco e indistinguibile: il lavoro si mescola con il riposo, il legale con l’illegale, il vero con il falso.

In questo contesto, ritengo che l’intelligenza sia uno strumento cruciale per identificare i dati rilevanti, contestualizzarli correttamente, riconoscere i segnali deboli (che spesso sono quelli davvero significativi, mentre i segnali forti sono percepiti da tutti e talvolta portano in direzioni sbagliate), applicare il pensiero laterale e contrario, e contrastare gli inevitabili bias cognitivi. Solo così possiamo avvicinarci a una visione più chiara della realtà, sempre più complessa e sfaccettata.

In quest’ottica, l’intelligence potrebbe davvero costituire, all’inizio del XXI secolo, un’area privilegiata per la ridefinizione dei saperi e per l’elaborazione di nuove competenze. In Italia, così come in altri Paesi, esiste una difficoltà nel promuovere un’autentica cultura della sicurezza e dell’intelligence. Questo problema ha radici storiche, poiché l’Italia è ancora una nazione relativamente giovane come Stato unitario. Inoltre, alcuni eventi successivi alla Seconda Guerra Mondiale, in particolare tra gli anni Settanta e Ottanta, non hanno certo favorito una comprensione corretta dell’importanza dell’intelligence, né tra l’opinione pubblica né tra le classi dirigenti.

Oggi, però, l’intelligence può essere vista come uno strumento fondamentale al servizio dei cittadini, poiché, in molti casi, contribuisce in modo determinante a garantire la sicurezza.

La sicurezza, infatti, è il presupposto per l’esercizio di ogni altro diritto. È un bene costituzionale prevalente, che giustifica e legittima l’uso dell’intelligence, anche in settori delicati come quello sanitario e biotech. In tale contesto, l’intelligence non si limita a raccogliere informazioni, ma deve essere in grado di identificare i dati reali, su cui basare analisi accurate e tempestive. Infatti, oggi, più che la velocità è fondamentale la direzione. Perché è inutile andare al massimo se si va nella direzione sbagliata. L’intelligence ci aiuta proprio nell’individuare, gestire e proiettare le direzioni meno improbabili.

Intelligence e biotech. Il punto di convergenza secondo Caligiuri

Di Mario Caligiuri

Dopo la pandemia il settore biotech è entrato sempre più stabilmente nel radar delle comunità di intelligence, tra vulnerabilità sanitarie, uso strategico dei dati e tecnologie dual use. Riceviamo e ripubblichiamo un estratto del saggio “L’interesse dell’intelligence per il biotech” di Mario Caligiuri, presidente della Società italiana di Intelligence, contenuto nel volume “La malattia invisibile. Crimine organizzato e sanità pubblica”, promosso dalla Fondazione “Scintille di Futuro” presieduta da Pietro Grasso e pubblicato da Scintille Editore

Hormuz, lo Stretto per Trump (e per la Cina). Scrive Sisci

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Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Ferrara, Generale dei Carabinieri e Direttore responsabile di Gnosis al volume di Antonio Teti dal titolo “Spionaggio 6.0. Intelligence, intelligenza artificiale e nuove dinamiche del potere globale”, Rubbettino Editore

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