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“Un imbarazzo nazionale, un disastro”. Non usa i guanti Ian Bremmer, politologo e presidente di Eurasia Group, la fuga di Stati Uniti e alleati da Kabul ormai in mano ai talebani lascerà il segno. Ma dal caos “nessuno esce vincitore”.

Bremmer, è una nuova Saigon?

Le immagini parlano da sole. Solo un mese fa Biden dichiarava come non fosse neanche pensabile l’evacuazione del personale americano dal tetto dell’ambasciata come in Vietnam, è esattamente quello che è successo. Siamo di fronte a un enorme imbarazzo nazionale.

Era prevedibile?

No, non così. Io stesso ho accolto con sollievo, come la grande maggioranza degli americani, repubblicani e democratici, la scelta di ritirare le truppe dall’Afghanistan. Dopo il rafforzamento dei talebani sotto Trump e la riduzione delle forze in campo, rimanere nel Paese sarebbe stato insostenibile, figuriamoci inviare rinforzi. È una guerra odiata dagli americani.

Però?

L’esecuzione del ritiro è stata semplicemente orribile, sotto tanti punti di vista. A partire dallo studio degli scenari e delle tempistiche. Era evidente che le forze di sicurezza afgane non fossero preparate per combattere e impedire da sole la conquista dei talebani. Abbiamo messo a rischio vite umane sul campo, civili americani e di Paesi alleati, fra aerei ed elicotteri che cercano di atterrare negli ultimi tetti rimasti liberi. Una negligenza incredibile. Ma c’è un’altra grave colpa.

Sarebbe?

Venti anni fa gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati della Nato di seguirli in guerra in Afghanistan. Hanno deciso da soli di abbandonare il campo, senza un annuncio preventivo né una discussione con gli europei, i canadesi, gli inglesi. Non c’è stato un coordinamento multilaterale neanche sulla gestione dei flussi di rifugiati. E non parlo solo degli alleati.

Di chi altro?

La Cina. Pechino è terrorizzata dall’idea di avere uno Stato fallito confinante, in mano a un gruppo di estremisti che gli riverserà contro una marea di rifugiati. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto confrontarsi prima con il governo cinese, inviare aiuti umanitari e peacekeepers, supporto aereo e droni, condividere informazioni di intelligence. Questa conversazione non c’è mai stata. E adesso i cinesi non si prenderanno le loro responsabilità nella crisi che seguirà il golpe.

Le colpe ricadranno su Biden?

Non è giusto puntare il dito solo su di lui. Questa guerra è stata iniziata da Bush e dopo un trilione di dollari speso e centomila uomini inviati sul campo non c’è una sola amministrazione che possa vantare risultati. Obama ha aumentato le truppe e ha fallito nei negoziati con i talebani, Trump ha fatto anche peggio. Gli errori di comunicazione di questa amministrazione hanno completato il resto. E ora una decisione inizialmente popolare rischia di far implodere l’opinione pubblica americana, già lacerata da mesi dalle divisioni politiche.

Chi sono i vincitori nel caos?

Il Pakistan è l’unico che può dichiarare vittoria. È il Paese che storicamente ha avuto le relazioni più solide con i talebani. Ma anche per loro la festa durerà poco. L’instabilità regionale non gioverà neanche a Islamabad, che dovrà fare i conti con un nuovo sussulto di radicalismo all’interno dei suoi confini.

Che dire della Russia?

I russi lavoreranno con il governo di transizione e con la nuova leadership talebana, per Mosca la debolezza dimostrata dagli Stati Uniti è uno spettacolo niente male. Ma non ci sono veri vincitori, perché a nessuno piace avere un vicino di casa che sprofonda nel caos. I talebani non sono in grado di governare un Paese come l’Afghanistan, presto i potentati locali riprenderanno forza e buona parte del Nord tornerà nelle mani dei signori della guerra.

Però la fuga rovinosa dall’Afghanistan invia un messaggio. Se i talebani possono a Kabul, i cinesi possono a Taiwan?

Non penso che in questo momento la Cina stia pianificando un’invasione militare. Certo la diplomazia dei “lupi guerrieri” inizierà a dipingere gli Stati Uniti come una potenza non credibile, in declino, incapace di guidare la comunità internazionale, a esaltare il modello cinese. Ma c’è un’altra faccia della medaglia.

Quale?

Il governo cinese ha speso molti soldi per finanziare i talebani, vuole sfruttare alcune risorse del territorio ma finora ha avuto scarsi risultati. E ha pagato il prezzo del terrorismo jihadista vicino ai talebani: l’ultimo attacco ha fatto nove morti in Pakistan. Nessuno esce vincitore da questa guerra.

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