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L’Inghilterra è regno di hooligans. Per quanto il tempo passi e i brutti ricordi sbiadiscano, la realtà di un modo di concepire lo sport si riaffaccia prima o poi. E dopo la sconfitta subita ecco che quel mondo mostruoso di ubriachi violenti si è manifestato nuovamente come segno distintivo di una nazione sbandata, frastornata, confusa, rissosa. Almeno nella sua parte peggiore che coincide non con degli spostati clinicamente qualificati, ma con persone che si recano allo stadio, che prendono posto su comode poltrone che mostrano di commuoversi alle note del loro inno, ma che per fattori probabilmente caratteriali non riescono a tenere a freno l’intemperanza che cova nel profondo del loro animo, soprattutto quando questo è predisposto a salutare la immancabile vittoria che ritorna, che inevitabilmente deve tornare, per di più nel tempio rinnovato della loro religione più sentita, il football che, pur vantandosene, non l’hanno inventato loro alla fine dell’Ottocento, ma gli italiani, e più precisamente i fiorentini, tre secoli prima, che presero a disputare partite tra squadre rionali dando luogo ad un complicato e curioso gioco con la palla, progenitore di tutti gli sport il cui strumento è appunto una sfera di cuoio oggi, di stracci ai primordi, in alcuni casi oblunga, da gettare oltre ostacoli prefissati e guadagnare dei punti. Ma gli inglesi, neppure questa banale verità storica intendono accettare e pertanto sottrargli il giochino equivale ad un affronto.

La nazionale italiana, che avrebbe dovuto essere l’agnello sacrificale degli albionici, ha demolito i sogni di gloria di coloro che già si sentivano sul tetto dell’Europa rinnegata, ricacciandoli tra gli incubi che covano dal 1966, anno di una gloria discutibile, la vittoria della Coppa Rimet, cioè il Mondiale del tempo. La finale con la Germania, vinta per 4 a 2, fu segnata da una pesante ombra: il gol fantasma di Geoff Hurst (che siglerà una tripletta nella partita) generosamente concesso dall’arbitro. Il gol spianò la strada alla vittoria finale degli inglesi. Molti ne scrissero, ma rimase il verdetto ambiguo, macchiato da una pesante incertezza da parte di tutti, anche degli stessi inglesi che affogarono nella birra l’insperato, ancorché bramato successo “casalingo”.

Poi più nulla. E passato il mezzo secolo, l’Inghilterra calcistica ha cominciato a chiedersi, mostrando insofferenza, se non era arrivato il tempo di riprendere un posto che ha sempre immaginato, ma non ha mai avuto, nell’Olimpo calcistico internazionale. Ecco, un torneo europeo disegnato a sua immagine e somiglianza con sei partite su sette disputate in casa, qualche aiutino marchiano (il rigore contro la Danimarca), un pubblico che nessun’altra squadra ha potuto avere per via della pandemia: tutto congiurava per il meglio.
E invece i proletari italiani, emigrati per una notte nel tempio profano di Wembley, la Coppa se la sono allegramente presa giocando una dignitosa partita che gli avversari credevano di aver già vinto con il gol segnato dopo due minuti dall’inizio e quindi rinunciando sostanzialmente a giocare, ma facendo “contenimento”, come si dice. Arrivati spompati ai supplementari, stavano per perdere nell’ultima mezz’ora, ma l’Italia non era più fresca di loro e si è adattata a giocarsi il tutto alla lotteria dei rigori. E qui la partita è finita davvero per la pochezza dei tiratori inglesi e la grandezza del portiere italiano.

È rimasta la rabbia sul terreno di Wembley. I rampolli dei reali se la sono data a gambe, senza neppure ossequiare, a quanto sappiamo (ma speriamo di sbagliarci) il Presidente Mattarella; i calciatori capitanati da Keane si sono tolti la medaglia dei secondi subito dopo averla ottenuta, qualcuno l’ha messa nell’elastico dei pantaloncini; le orde in puro stile british, come si conviene a hooligans che non hanno mai rinnegato la loro fede, si sono scatenati alla caccia degli italiani: logicamente ne hanno fatto le spese; hanno poi strappato e bruciato la nostra bandiera: qualcuno per spegnere le fiamme generosamente ci ha urinato sopra nei sottopassaggi di Wembley. Ovviamente non sono mancati cori razzisti e raffinatamente volgari all’indirizzo degli italiani e dei giocatori di colore inglesi che hanno sbagliato i rigori, dimostrando, all’Europa fortunatamente per noi abbandonata, quanta “tolleranza” britannica ci è toccato sopportare nel corso degli anni, dentro e fuori dagli stadi.

Insomma, pur non avendoci sorpreso più di tanto, al punto che ci eravamo fatti già una risata quando abbiamo udito i fischi al nostro inno nazionale, preludio di ciò che sarebbe accaduto, ci ha addolorato constatare come tutto cambi e l’Inghilterra rimanga sempre se stessa, con i suoi ubriaconi da stadio e da taverna e testardamente senza i bidè nelle private dimore ed in moltissimi alberghi. Quando vengono in Italia, abbiamo saputo, li utilizzano per riempirli di ghiaccio su cui adagiano bottiglie di champagne. Non abbiamo avuto la fortuna di constatarlo di persona, lo ammettiamo. E siamo grati alla sorte.

Due volte, dunque, ha perso l’Inghilterra: sul campo sportivo e su quello della civiltà. Boris Johnson può attaccarci le figure sulle bandiere con le quali ha pavesato la facciata di Downing Street. Quelle dei suoi calciatori, Rushford e Saka in prima fila ingiuriati dai connazionali tifosi perché di un altro colore oltre ad essere invitati ad imparare a tirare i rigori.

I tabloid di stamattina titolano sull’immancabile vittoria che i bianchi leoni coglieranno nel dicembre del prossimo anno ai mondiali del Qatar. Li aspettiamo con gioia e se incontreremo l’ex-campione Gary Lineker lo inviteremo a mangiare con noi un piatto di pasta, quella che non conosce avendo postato su Twitter un piatto di penne scambiandole per rigatoni. È il caso di dire che gli inglesi ne devono mangiare di pasta asciutta prima che conquistino qualche coppetta di un certo valore.

Dopo la Brexit sono tornati gli hooligans. Il commento di Malgieri

La nazionale italiana, che avrebbe dovuto essere l’agnello sacrificale degli albionici, ha demolito i sogni di gloria di coloro che già si sentivano sul tetto dell’Europa rinnegata, ricacciandoli tra gli incubi che covano dal 1966, anno di una gloria discutibile, la vittoria della Coppa Rimet, cioè il Mondiale del tempo

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