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Sul banco degli imputati ci sono uomini e donne, economisti, che sono stati chiamati dal premier Draghi per valutare l’impatto degli investimenti futuri che si intrecceranno con il Pnrr. L’accusa, mossa da 150 intellettuali di area gauchista, è quella di avere “una visione economica estremista a favore del libero mercato”, di minimizzare “la questione del Mezzogiorno e il mutamento climatico”. Il sinistro appello ha inevitabilmente generato non poche polemiche. Corrado Ocone, intervenendo su Libero, ha detto chiaramente che questo appello è sintomo di una “mancanza di cultura liberale: la sinistra si ritiene sempre dalla parte del bene, si sente di avere un’etica superiore. La sinistra attacca i liberisti perché si sente orfana del passato governo, che fondava la politica economica su assistenzialismo e onnipotenza dello Stato”.

Al di là delle prese di posizione ideologiche, nel merito della questione sollevata a seguito della pubblicazione dell’appello pubblicato sul Domani e sul Manifesto, entra Carlo Alberto Carnevale-Maffè, professore all’Università Bocconi. Con una premessa: “Non faccio nomi: parlare di persone è comprensibile ma non è corretto”. E’ evidente che l’appello dell’intellighenzia universitaria è contro persone, economisti, colleghi, che hanno nomi e cognomi. Ma Carnevale Maffè preferisce analizzare la questione da un’altra prospettiva. “I signori che hanno sottoscritto questo appello – così il docente – hanno commesso due errori. Uno di merito e uno di metodo”.

Sul metodo. “Il gruppo di intellettuali scelti da Draghi per comporre il nucleo tecnico sul coordinamento della politica economica presso il Dipe di Palazzo Chigi – spiega Carnevale Maffè – ha un preciso incarico: fare una valutazione tecnica, controllare l’impatto che avrà l’impiego dei soldi pubblici sull’economia del Paese”. Insomma “non si tratta di un compito politico, bensì di un incarico tecnico”. Le regole della governance. “Nel metodo è evidente che i centocinquanta non abbiano idea di come funzionino le decisioni complesse. La governance deve essere composta da voci differenti e plurali perché è proprio dalla critica che si riescono a evidenziare le eventuali criticità che alcune scelte politiche comportano”.

Per utilizzare una metafora accademica, Carnevale Maffè spiega che lo strumento della governance è in qualche modo “il controrelatore collettivo del Governo”. Se l’esecutivo è parte, come del resto è, la governance costituisce la controparte. “Questo discorso – prosegue  – non lo faccio per ragioni ideologiche. L’avrei fatto anche qualora un gruppo di intellettuali liberisti si fosse scagliato contro alcuni intellettuali marxisti”. Contrariamente al pluralismo che un organismo di questo tipo dovrebbe auspicabilmente avere, i sottoscrittori del manifesto ‘contro’, “utilizzando questi metodi, di fatto ottengono una dispersione delle diverse voci”. A detrimento di un principio cardine per le democrazie liberali: “Il bilanciamento dei poteri”.

Nel merito, è presto detto. “Gli intellettuali sostengono che i liberisti non debbano partecipare alle decisioni che riguardano la spesa pubblica – riprende Carnevale Maffè – ma è un errore. L’atteggiamento critico dei liberisti rispetto al dirigismo statale è assolutamente fondamentale. Specie quando si parla di uno strumento – il Pnrr – che è la quintessenza del dirigismo”. A detta del docente, “occorreva una sovra-campionatura di liberisti” . Questo ennesimo scontro fra correnti è lo specchio di un sistema – quello universitario – chiuso, autoreferenziale e che tendenzialmente guarda a sinistra? “Il campione dei centocinquanta auto selezionati non è assolutamente rappresentativo del complesso e variegato mondo accademico”.

Le firme contro i liberisti? Per Maffè manca la cultura della governance

Carnevale Maffè sui 150 accademici ed economisti contro i consulenti del governo Draghi: “È proprio quando si parla di spesa pubblica che serve un bilanciamento. Tecnico, non politico”. Il mondo accademico è sbilanciato a sinistra? “No, ma i firmatari…”

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