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Come dice Jens Stoltenberg, lo Stato islamico “è a terra ma non è morto”: un’immagine chiara che il segretario generale della Nato affida a Maurizio Caprara del CorSera in un’intervista fatta a margine della riunione della Coalizione anti-Isis. (Global Coalition to Defeat Da’esh) che si è svolta ieri, lunedì 28 giugno, alla Fiera di Roma. Un punto generale (dopo che lo scorso anno il summit era saltato causa Covid) sullo stato dell’arte della guerra al terrorismo baghdadista. Focalizzazione sui nuovi obiettivi di espansione (l’Africa centro-settentrionale come preoccupazione maggiore), sulle dinamiche di azione e di reclutamento, sulla propaganda e sui metodi di contenimento, lotta, eliminazione (non solo dal punto di vista militare).

La riunione arriva negli stessi giorni della pubblicazione del lavoro “Terrorismo Situation and Trend Report” redatto dall’Europol – il più rilevante documento a livello istituzionale sulla situazione della diffusione del terrorismo in Europa. Aspetto di primaria importanza per la sicurezza comunitaria, come dimostra anche la partecipazione dell’Alto commissario Josep Borrel alla riunione romana, e soprattutto come raccontano gli episodi di sangue che si sono verificati in vari paesi europei durante la crescita califfale. L’attacco contro un paese o un interesse occidentale resta ancora in cima agli obiettivi jihadisti, trend consolidato perché permette di dare slancio alla propaganda e dunque produce proselitismo.

Le azioni jihadiste in Ue nel 2020 sono state 10, concentrate soprattutto in Francia e Germania, e non seguono una diminuzione. Anzi, con il calo sensibile degli arresti, confermano quanto la minaccia esista. Secondo Stefano Mele, avvocato partner dello studio legale Gianni & Origoni ed esperto di sicurezza e terrorismo digitale, questo trend non ha subito diminuzioni nell’anno della pandemia, ossia i lockdown che hanno impedito le riunioni fisiche non hanno impedito alle istanze terroristiche di attecchire.

Perché? “Il motivo è che le organizzazioni terroristiche stanno ancora continuando a spingere la propaganda e l’indottrinamento su Internet” risponde Mele, che è anche presidente della commissione Sicurezza cibernetica del Comitato atlantico italiano. “Stiamo ignorando forse dove il problema è maggiore? Ossia, stiamo trascurando l’attuale dimensione online della minaccia?”, si chiede. La dimensione online del reclutamento è stata fin da subito un aspetto fortemente cavalcato dall’Is, una delle caratteristiche che ha dato unicità al gruppo. Video di predicazioni e propaganda spettacolarizzati, sfruttamento completo delle capacità 2.0, diffusione continua in canali chiusi come Telegram delle gesta e della narrazione.

”Ora – spiega Mele – ci troviamo davanti a un fatto: gli attentati compiuti come quelli sventati raccontano che la qualità dell’organizzazione degli attacchi in Europa è bassa, forse frutto anche di un più debole collegamento con il comando centrale dell’organizzazione. Ma questo non abbassa il livello della minaccia. Se una persona qualsiasi subisce la fascinazione della predicazione online, prende un coltello, esce per strada e uccide, allora è comprensibile quanto questo sia un problema reale”.

Quattro giorni fa a Wuezburg, in Baviera, un uomo armato di un coltello da cucina ha attaccato i passanti in pieno centro: ne ha uccisi tre, altri cinque sono stati feriti in modo serio. Non ci sono precise ricostruzioni ancora, ma il modus operandi è quello insegnato dai predicatori dello Stato islamico – il capo della propaganda dell’Is, Abu Mohammed al Adnani, poi eliminato in un raid americano, aveva chiesto ai proseliti europei di evitare il viaggio verso il Califfato ma piuttosto di colpire con qualsiasi arma a disposizione (“un sasso, un pugno, un coltello, la vostra macchina” diceva) gli infedeli sul proprio territorio.

L’uomo di Wuezburg aveva problemi psichiatrici, ma spesso l’indottrinamento si somma o si sovrappone a condizioni personali disagiate. Nello stesso giorno dell’attentato mortale bavarese le forze speciali tedesche hanno arrestato un uomo sospettato di pianificare un attentato terroristico islamista. “Le organizzazioni terroristiche – aggiunge Mele – continuano a spingere la loro retorica nel mondo online, e purtroppo di soggetti sensibili che poi la mettono in atto in modo personale ne esistono tanti”.

Questa è una forza per il terrorismo contro cui il coinvolgimento resta troppo basso, nonostante da molto tempo si sia segnalata l’emergenza, ricorda l’esperto italiano, e nonostante ci siano state strette sul CyberTerror: “Vedere quanto è successo e sta succedendo in questa fase di pandemia è preoccupante, perché le organizzazioni terroristiche hanno dimostrato di essere ancora in grado di far passare all’azione i propri proseliti: e sebbene la minaccia sia debole in termini di effetti, non è possibile sottovalutarla”.

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