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Con la visita in corso in questi giorni di John Kerry – inviato speciale del presidente degli Stati Uniti per il Clima – a Roma, si può dire che sia ufficialmente iniziata una nuova fase dei rapporti transatlantici. Gli Usa di Joe Biden hanno dimostrato in pochi mesi di voler imprimere una netta discontinuità con l’amministrazione Trump sulle grandi questioni multilaterali, partendo proprio dalla sfida epocale del cambiamento climatico e della transizione energetica.

Una svolta dimostrata sia attraverso i fatti (con l’immediato reintegro di Washington nell’accordo di Parigi e la formulazione di impegni concreti) che con gesti formali dall’alto contenuto simbolico. In questo senso va letta la nomina di John Kerry, personalità di alto profilo internazionale e uomo di punta del Partito Democratico (fu candidato alla Presidenza contro Bush Jr. e Segretario di Stato durante la Presidenza Obama).

Il prestigio di Kerry è simile a quello ricoperto alcuni anni fa da Al Gore, primo esponente dell’establishment americano a promuovere a livello internazionale l’importanza di non rimandare la sfida chiave del riscaldamento globale. Potrebbe dunque sembrare un “ritorno al passato” e alle dinamiche che avevano caratterizzato i due mandati di Barack Obama, ma in realtà la presidenza Biden si sta muovendo in maniera forse ancora più rapida e coraggiosa: niente a che vedere rispetto alle aspettative di chi definiva sleepy l’attuale leader Usa, che in pochi mesi ha impresso una direzione chiara alla politica estera di Washington e che va anche nella direzione di riavvicinare le due sponde dell’Atlantico.

Non solo sul clima, ma anche sulla tassazione internazionale (con la proposta di istituire una “global minimum tax” e di aumentare il prelievo fiscale sui redditi più elevati per diminuire le disuguaglianze) e sullo spinoso tema dei vaccini (con la “spiazzante” idea di sospendere i brevetti sui sieri anti-Covid), gli Stati Uniti stanno dimostrando di voler tornare ad occuparsi delle grandi questioni multilaterali e di ricercare un approccio cooperativo, anche nel tentativo di mettere in difficoltà avversari come Cina e Russia, che dell’attuale sistema multilaterale godono i benefici senza però corrispondere sempre un impegno effettivo.

In questo momento, l’Italia si trova dunque in una posizione irripetibile. Innanzitutto, la stabilità politica e il prestigio internazionale riacquistati grazie al premier Mario Draghi hanno reso il nostro Paese un interlocutore finalmente affidabile ed autorevole a livello europeo, per di più in una fase in cui la Germania si trova “depotenziata” in attesa di sapere chi sarà il successore di Angela Merkel e in cui il Regno Unito deve ancora trovare il suo “posto nel mondo” dopo aver messo in atto la Brexit.

Inoltre, Roma è al centro dei grandi appuntamenti internazionali di quest’anno: la Presidenza italiana del G20, nell’ambito della quale il cambiamento climatico riveste un ruolo centrale (a luglio si svolgerà a Venezia una conferenza sulla finanza “green”), e la co-presidenza – insieme proprio al Regno Unito – di Cop26, la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si terrà a novembre a Glasgow ma che sarà preceduta da un’importante serie di eventi a Milano durante il mese di ottobre (e non è dunque un caso se questa settimana si è recato in visita a Roma anche Alok Sharma, il Presidente britannico di Cop26).

In un anno in cui gli Usa sono tornati al centro della scena internazionale e non costituiscono più un “freno” come durante la Presidenza Trump, per l’Italia potrebbe essere finalmente possibile giocare un ruolo decisivo a livello internazionale, esercitando leadership sulle grandi questioni globali.

Su clima e transizione energetica, Italia e Stati Uniti partono da posizioni iniziali differenti ma possono arrivare a trovare un’importante intesa sulla strada da percorrere. Gli Usa sono un grande produttore di energia da fonti fossili, ma devono progressivamente abbandonare l’utilizzo di queste risorse inquinanti per tenere fede agli obiettivi di decarbonizzazione entro il 2050.

L’Italia, al contrario, non è dotata di grandi materie prime energetiche e proprio per questo deve puntare in maniera sempre più forte su efficientamento energetico (nel breve-medio periodo) e sull’espansione delle fonti rinnovabili (nel lungo termine). In mezzo, dunque, si trova un ampio terreno comune che offre possibilità congiunte di sviluppare la “green economy” generando importanti e redditizie opportunità di business, sia a livello produttivo che finanziario.

La dichiarazione congiunta firmata venerdì da Kerry e dal ministro degli Esteri Di Maio offre la cornice diplomatica adatta per favorire tali sviluppi, prevedendo espressamente azioni congiunte per favorire tecnologie innovative volte a ridurre le emissioni nelle attività agricole e industriali. Ben venga dunque la transizione energetica, se oltre a portarci verso un mondo più “pulito”, ci offrirà anche nuove opportunità di crescita economica nel quadro di alleanze internazionali rafforzate con un amico storico dell’Italia come gli Usa.

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