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“Finalmente in Italia si è deciso di trasformare in legge un assegno, definito unico e universale, per ogni figlio che nasce. Esprimo apprezzamento alle autorità e auspico che questo assegno venga incontro ai bisogni concreti delle famiglie, che tanti sacrifici hanno fatto e stanno facendo, e segni l’avvio di riforme sociali che mettano al centro i figli e le famiglie. Se le famiglie non sono al centro del presente, non ci sarà futuro; ma se le famiglie ripartono, tutto riparte”.

Così si è espresso Papa Francesco intervenendo, dopo Mario Draghi (che aveva esposto il programma del suo governo sull’assegno unico e sul piano nazionale degli asili nido), nel corso degli Stati Generali sulla natalità. Possiamo considerare queste parole come un’assoluzione della politica italiana per aver trascurato la tutela della famiglia? La situazione è grave: nel 2020 sono nati solo 404mila bambini, ovvero “il numero più basso dall’Unità d’Italia e quasi il 30 per cento in meno rispetto a dieci anni fa”.

Per l’anno in corso si annuncia un ulteriore calo, al di sotto della soglia dei 400mila nati e di conseguenza è in vista la conferma di un saldo demografico negativo che neppure l’apporto dell’immigrazione riesce più a contenere. Del resto il fenomeno della denatalità si è esteso anche nelle regioni del Sud e tra gli stranieri residenti che, da diversi anni a questa parte, contribuivano a contenere il declino nostrano.

Peraltro, paradossalmente, il crollo riguarda la procreazione in quanto tale, dal momento che il medesimo declino riguarda anche l’interruzione volontaria della gravidanza (IVG). In totale nel 2018 sono state notificate 76.328 IVG, a conferma del continuo trend in diminuzione del fenomeno (-5,5% rispetto al 2017) a partire dal 1983. Da alcuni anni viene notificato un totale di Ivg inferiore a 100mila casi; in sostanza, tale numero risulta più che dimezzato rispetto ai 234.801 casi del 1983, anno in cui si riscontrò il valore più alto in Italia.

Io non credo che un processo negativo tanto accelerato – nel 2010 i nati vivi sono stati 550mila – sia determinato in prevalenza da motivi economici. Vi sono, al fondo, problemi biologici (riferibili al tasso di fecondità delle donne che – nonostante i grandi progressi nelle tecniche della riproduzione – ha comunque dei limiti imposti dalla natura) e soprattutto dei (dis)valori culturali nei confronti della famiglia naturale, in nome di una crescente sbornia “dirittistica” che eleva al rango di prerogative individuali mere attitudini di vita (come dice Dante della regina Semiramide: libito fé licito in sua legge).

Ma non si può negare che le politiche per la famiglia, in Italia, siano state sacrificate sull’altare sacrilego delle pensioni (peraltro di fronte a queste prospettive demografiche è da irresponsabili pensare di abbassare l’età di pensionamento). Al sostegno dei figli e delle famiglie il welfare all’italiana dedica il 4% dell’intera spesa sociale che è la metà di quella media europea.

In termini di Pil alla maternità e ai figli è dedicato circa l’1% che è un 1/17° di quanto è destinato alle pensioni. Ma – il fatto sembrerebbe essere “segretato” visto che non se ne parla mai – dal 1995 ad oggi vi è stata una vera e propria spoliazione di risorse dalle politiche famigliari a quelle pensionistiche. Negli anni ’60, sia pure in un contesto demografico profondamente diverso dall’attuale, era pressoché corrispondente a quella per le pensioni la spesa per assegni familiari: allora misura di carattere universale, fino alla riforma del 1988 che introdusse l’assegno al nucleo familiare – l’Anf – il principale, se non addirittura l’unico, strumento a tutela della famiglia, ragguagliato al reddito e al numero dei componenti.

La riforma del sistema pensionistico, attuata dalla Legge Dini-Treu nel 1995, stabilì una riallocazione dei contributi a favore del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) la cui aliquota contributiva, dal 1° gennaio 1996, passò di colpo dal 27,5% al 32,7%. Per non aumentare il costo del lavoro, la legge operò, ad oneri invariati, una ristrutturazione della contribuzione sociale: l’aliquota per l’Anf passò dal 6,2 al 2,48%, quella per la maternità dall’1,23 allo 0,66%, mentre quella ex Gescal (un tempo rivolta a finanziare l’edilizia popolare) dallo 0,35% a zero.

In euro, a prezzi 1996, la diminuzione delle risorse disponibili fu di 4,6 miliardi per l’Anf, di 0,6 miliardi per la maternità, di 1,4 miliardi per asili ed edilizia sociale, per un totale di 6,6 miliardi. A prezzi 2008, le risorse disponibili, trasferite alla voce pensioni, corrisposero a 8,5 miliardi l’anno. Più chiaramente – come documentò la Cei in un saggio pubblicato da Laterza – dal 1996 al 2010 la riallocazione di risorse destinate alla famiglia, in senso lato, ha finanziato il sistema pensionistico per un ammontare che, a prezzi 2008, mobilitò e trasferì un volume finanziario pari a circa 120 miliardi di euro.

Ma non basta; perché all’interno della Gestione prestazioni temporanee dell’Inps (che eroga le prestazioni previdenziali in quanto non pensionistiche), la voce – nonostante la riduzione dell’aliquota – continua ad incassare dai datori di lavoro circa un miliardo in più di quanto spende: l’avanzo viene riversato, nella logica del bilancio unitario dell’Inps, nel calderone delle gestioni pensionistiche e delle altre prestazioni. Ed è questo, tuttavia, solo il punto terminale di una politica che ha consapevolmente sacrificato il sostegno alla famiglia per finanziare il sistema pensionistico. Che altro dire di un modello sociale tanto distorto, dove i nonni e i padri hanno rubato e rubano ai figli e ai nipoti? Soltanto questo: pensione, quanti misfatti in tuo nome!

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