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Questione di tempo. Luciano Violante ne è convinto: la politica italiana si abituerà a Mario Draghi, prima o poi. “È normale che ci sia qualche scossa di assestamento. Questi fenomeni maturano nel tempo, nell’arco di mesi. Il problema di questo governo non sono i partiti, ma le corporazioni”.

Già presidente della Camera, magistrato, costituzionalista e protagonista di lungo corso della politica italiana, Violante invita ad abbandonare i sensazionalismi. “Sinceramente non capisco chi contrappone l’era Draghi all’era Conte, non è questo il punto. Se il sistema è scosso, semmai, è perché con Draghi i partiti hanno visto venir meno una funzione di mediazione che hanno sempre rivendicato”.

Anche per questo cresce l’insofferenza. Ora che si vede la luce in fondo al tunnel dell’emergenza sanitaria, c’è chi inizia a sfilarsi e mal sopporta la quiete imposta da un governo di unità nazionale. Come la Lega di Matteo Salvini, che dai migranti alle riaperture è tornata a martellare la sua maggioranza. Di più: nel suo ennesimo duello a distanza con Enrico Letta, il leader del Carroccio ha detto chiaro e tondo che questo governo non è fatto per “fare le riforme”.

“Invece alcune riforme sono indispensabili per mandare avanti il Paese – ragiona Violante – nessuno nega che questo sia un governo d’emergenza, come dimostra l’anomalia della maggioranza, ma ciò non significa che si debba occupare solo di pandemia. Gli obiettivi fissati dal Recovery Plan, dalla transizione ambientale a quella digitale fino alla riforma del lavoro, non sono certo confinati alla legislatura in corso, riguarderanno intere generazioni. Gli stessi leghisti, peraltro, stanno studiando le riforme alla Camera e al Senato”.

Una riforma in particolare è più urgente delle altre. Quella della Giustizia, che già ha sollevato un polverone intorno alla ministra Marta Cartabia. “Il tema della Giustizia è sempre divisivo, e il miglior modo per affrontarlo è coinvolgere tutte le parti politiche – dice Violante – il fatto stesso che Marta Cartabia abbia tenuto come testo base quello della riforma Bonafede senza presentarne di nuovi è un segnale positivo, che aiuta a ridurre le contraddizioni. Non che non serva discontinuità, anzi.

A partire dalla riforma del Consiglio superiore della magistratura (Csm), sommerso da scandali, polemiche, lotte intestine. “La riforma del Csm è una priorità”. Violante rilancia la proposta già avanzata al Foglio. Una corte “che funzioni come giudice d’appello verso le decisioni disciplinari e amministrative di tutte le magistrature, dal Csm al Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa e contabile”. “Questo Csm non è adeguato all’attuale condizione della magistratura, va ripensato dalle fondamenta. Oggi è cambiato tutto, la magistratura fa parte della governance del Paese”.

Ad agitare le acque del governo Draghi però non c’è solo la guerriglia fra toghe. Anche nel mondo dell’intelligence soffia la bufera. A partire dal servizio di Report che ha immortalato l’ex premier Matteo Renzi a chiacchierare in autogrill con il capo reparto del Dis Marco Mancini lo scorso dicembre, nel pieno della partita per le nomine del comparto. Un caso che ora è finito sulla scrivania del sottosegretario con delega all’Intelligence e alla Sicurezza Franco Gabrielli, pronto a intervenire con una direttiva per regolare i rapporti fra politica e Servizi segreti.

“Non sta a me giudicare l’opportunità politica di quell’incontro – chiosa Violante – in questi casi conta l’autodisciplina delle singole persone, sia dei politici che degli agenti in servizio. Una norma può comunque essere utile a stabilire criteri e procedure di fondo”.

Del caso si è occupato anche il Copasir, il comitato parlamentare di controllo dei Servizi, che ha chiesto al Dis di avviare un’indagine interna. Il comitato è al centro di un braccio di ferro fra la Lega, che oggi detiene la presidenza con Raffaele Volpi, e Fratelli d’Italia, che la reclama con Adolfo Urso alla luce della legge 124 del 2007, che affida la guida dell’organo all’opposizione.

Violante non ha dubbi. “Se c’è la volontà politica, una via di uscita si trova. In passato si sono verificati stalli simili e sono stati risolti con le dimissioni dei componenti per rinominare un nuovo comitato. Certo, finora non si è dimesso nessuno”. “È un tema delicato, e le polemiche si riversano inevitabilmente sugli apparati della Sicurezza. Si può modificare la legge, ma non ne vedo il bisogno. Una legge c’è già e parla chiaro, basterebbe rispettarla”.

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