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Ho appena finito di parlare con Gulcherha Hoja. Da vent’anni è giornalista per Radio Free Asia. Da vent’anni è forzatamente separata dai suoi genitori. Ai suoi familiari è stato negato il visto per visitarla ad ogni singola richiesta. Per lei, dichiarata “separatista” da Pechino per aver svolto il suo lavoro dal 2001, di far ritorno nel Paese nemmeno se ne parla.

Tra settembre 2017 e il 31 gennaio 2018 spariscono prima il suo fratello e poi 24 dei suoi più stretti familiari. Non ne aveva mai veramente saputo la ragione. Il regime di Pechino non è noto per la trasparenza negli eventuali processi, men che meno nello Xinjiang dove per finire in uno dei campi di “formazione professionale”, come li chiama il governo – denominazione che se la situazione non fosse così tragica dovrebbe far ridere, visto che il padre di Gulcherha ha 81 anni – basta anche la semplice associazione vicina o lontana ad una persona “sospetta”.

Mentre a luglio dell’anno scorso ha potuto apprendere che otto di loro, tra cui il suo fratello, sono stati rilasciati, il 9 aprile, grazie ad una conferenza stampa del Ministero degli Affari esteri ha anche finalmente potuto capire il probabile perché della loro detenzione così lunga.

Parlando di Gulcherha, Yalqun Yaqup, Vicedirettore Generale del Dipartimento di pubblica sicurezza dello Xinjiang ha dichiarato che l’8 maggio 2017 era stata indicata come obiettivo di inseguimento online dalla polizia per sospetta appartenenza ad una organizzazione terroristica, senza fornire dettagli circa l’organizzazione o le eventuali prove nei suoi confronti. Ecco quindi la probabile causa della dura pena inflitta sulla famiglia intera della giornalista che si era trasferita negli Stati Uniti per “poter essere un giornalista che potesse riferire la verità, senza paura, senza favori”.

Nella stessa conferenza stampa abbiamo visto passare accuse – dall’aver contratto la sifilide o l’essere stati inadempienti sui prestiti all’aver trascorso del tempo in detenzione penale – contro molti degli uiguri ormai noti all’estero per il loro attivismo o, nella maggior parte dei casi, per aver semplicemente deciso di non restare più in silenzio, ma di raccontare le atrocità e la sofferenza nella regione, nonché la tortura emotiva a cui sono sottoposti gli esiliati sapendo i loro più cari ostaggi del regime cinese. Un regime che non ha nessuna remora a utilizzare questa leva contro di loro, come dimostrato ancora questa settimana con la pressione effettuata sui quattro bambini prigionieri del Partito comunista cinese e usati come armi contro i genitori Ablikim Mamtini e Mireban Kadir, rifugiati in Italia dal 2016.

E come nel video con le accuse forzate già emerso della figlia maggiore di Ablikim e Mireban, anche alla conferenza stampa del 9 aprile scorso non sono mancate le dichiarazioni accusatorie forzate contro gli “imputati” tra cui Gulcherha, ma anche Mamutjan Abdurehim, padre di due figli sottoposti allo stesso trattamento di Ablikim e Mireban. Nelle “interviste” con i media statali i vari familiari affermano di non essere mai stati arrestati, giurano fedeltà al Partito comunista al potere e denigrano i loro familiari all’estero per aver detto “bugie”.

Perché scriverne? Perché continuare a ribadire, caso per caso – e solo sui casi riportati nella conferenza stampa del 9 aprile potremo scrivere almeno quindici articoli – cosa accade all’interno della Repubblica popolare cinese?

Perché insistere che si ascoltino le vittime, una per una, e gli si dia almeno la dignità di dare precedenza alla loro rendicontazione dei fatti – sostenuta perlopiù da sempre più ampie documentazioni anche del regime stesso – proprio come in tanti hanno chiamato a fare – giustamente! – nel caso chiamiamolo “Grillo”?

Perché?

La risposta è semplice: quando si è sentita la straziante disperazione che trapela da queste voci, quando si sentono le storie che sono tutte diverse ma atrocemente simili negli orrori, quando continuano ad arrivare senza sosta le richieste di aiuto e le implorazioni ad agire affinché si possa porre fine al dolore lacerante di dover scegliere tra due inferni – rimanere in silenzio sperando che il regime non peggiori la situazione dei familiari in ostaggio o denunciare gli orrori nella disperata ricerca di poterli in qualche modo salvare – l’unica cosa che non si può fare è rimanere in disparte.

Si cerca in tutti i modi di dargli voce e – essendo nell’impossibilità di dargli quella semplice pace familiare che desiderano tutti – ogni possibile sostegno nella ricerca della verità e della giustizia.

E proprio mentre arrivo a questa conclusione, sento arrivare l’Aye convinto da Westminster: in modo unanime tra maggioranza e opposizione, la Camera dei Comuni si schiera fermamente dalla parte di queste vittime, dichiarando che nei confronti del popolo uiguro ed altre minoranze etniche e religiose nello Xinjiang sono in atto un genocidio e crimini contro l’umanità.

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