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La giornata di ieri segna un momento cruciale nelle relazioni tra la Cina e l’Unione europea. Le sanzioni imposte da Bruxelles a quattro funzionari e un ente cinese per la violazione dei diritti della minoranza uigura dello Xinjiang (le prime sanzioni europee dai tempi di piazza Tienanmen) hanno infatti dato inizio a una reazione a catena che rischia di portare a una profonda spaccatura tra l’Unione europea e le democrazie occidentali da una parte, Pechino e i regimi a essa affini, dall’altra.

Il Regno Unito ha infatti prontamente seguito l’esempio europeo, applicando le medesime sanzioni, mentre il Canada e gli Stati Uniti hanno esteso le sanzioni già esistenti, così da includere tutti i destinatari delle sanzioni europee.

Un tale “coordinamento” fa diventare realtà una delle maggiori preoccupazioni di Pechino. Quando, nel marzo 2019, infatti, l’Unione europea aveva definito la Cina un “rivale sistemico che propone modelli diversi di governance”, Pechino l’aveva considerato un campanello d’allarme, un segnale dell’imminente riavvicinamento dell’Unione al tradizionale alleato atlantico, gli Stati Uniti.

A tre mesi dalla conclusione dei negoziati dell’Accordo comprensivo sugli investimenti (considerato e presentato come un grande successo da Pechino) e neanche una settimana dopo il tesissimo incontro tra Cina e Stati Uniti ad Anchorage, il peso, soprattutto simbolico, delle prime sanzioni europee a rappresentanti del governo di Pechino da trent’anni a questa parte è una dimostrazione, per la leadership cinese, che l’Europa ha scelto di guardare a Ovest.

Da ieri, inoltre, il dialogo con la Cina è stato reso ancora più difficile dallo spostamento della conversazione sul piano ideologico, abbandonando quasi completamente il pragmatismo e la realpolitik con cui la Cina ha dimostrato in passato di avere spazio di manovra. L’ideologia, che è invece al cuore della legittimazione del governo comunista del Paese, non lascia spazio alcuno alla negoziazione.

La reazione cinese lo dimostra. La Cina ha infatti risposto a Bruxelles imponendo contro-sanzioni a legislatori, diplomatici, accademici e diversi enti europei tra cui il Mercator Institute for China Studies (Merics) di Berlino, uno tra i più grandi istituti indipendenti di ricerca sulla Cina in Europa. Le sanzioni ai ricercatori europei (che sono estese anche alle loro famiglie) arrivano il giorno successivo agli scontri tra l’ambasciata cinese in Francia e un’analista francese (Antoine Bondaz). Attaccare i critici europei del governo cinese, tuttavia, rischia di polarizzare il dibattito pubblico e accademico europeo sulla Cina in misura anticinese, una scommessa che è una grave minaccia per la proiezione internazionale del Paese, ancora provata dal calo reputazionale subito con la pandemia, soprattutto nei confronti dei suoi partner democratici.

Potrebbe, inoltre, rischiare di rappresentare un ostacolo alla libertà intellettuale della comunità accademica di studi sulla Cina, limitandone la capacità di sviluppare una relazione empatica con i colleghi e di capirne la prospettiva, di sviluppare un dialogo aperto, franco e senza restrizioni – quegli elementi che, in fin dei conti, sono alla base dell’avanzamento della ricerca scientifica.

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